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Tonari riflette

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E’ molto tempo che rimugino sulla questione cognome dei figli di una coppia mista in Giappone, visto che l’età avanza e la possibilità non è più così remota.
L’ultimo post di Albino mi ci ha fatto tornare a pensare.
Non conosco leggi o sentenze, tuttavia dopo una breve ricerca su internet posso confermare che per uno straniero dare il proprio cognome al figlio non è semplice: la via più facile sarebbe, sposandosi in Giappone, che la moglie prendesse il cognome del marito al momento del matrimonio. In alternativa c’è il ricorso tribunale della famiglia con tutte le complicazioni del caso.
Insomma, in Giappone siamo discriminati. Non è una novità.

Ma non è di questo aspetto che voglio parlare. E’ che a un certo punto mi sono chiesto: perché? E ho trovato delle risposte.

Perché la cosa mi dà fastidio?
Perché sono discriminato.
Mi dà fastidio in quanto straniero o in quanto “maschio”?
In quanto straniero…
E se invece queste identiche restrizioni valessero solo per le donne non giapponesi o per le donne in generale mi darebbe fastidio?
No… probabilmente non lo troverei nemmeno strano. Credo anzi che un aspetto simile della legislazione giapponese sarebbe quasi sconosciuto, non se ne parlerebbe.
E perché?
Perché è normale che una donna non passi il proprio cognome al figlio.
E questa non è una discriminazione?
Sì.
E allora se parto da una posizione discriminante posso lamentarmi di essere discriminato?
No.

Conclusione: cercherò di fare in modo che un giorno mio figlio abbia il mio cognome, ma se la cosa dovesse essere difficile, si prenderà quello della madre. Amen.

Comunque discorsi seri a parte, nuovo post su Minube! Sabato scorso sono andato a vedere il wrestling professionistico, così ne ho approfittato per farne un post e scattare delle foto. :D
E’ l’Uomo Tigre che lotta contro il male.

EDIT:

BREAKING NEWS a uso di chi so che si preoccuperà
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Sì c’è stato un terremoto bello forte, ma non qui. Qui il palazzo ha solo oscillato un po’, ma ci sono circa 800 chilometri dalla prefettura di Miyagi, la più colpita. Quindi tutto ok.

Come già successo il 30 novembre, anche ieri il Giappone, fermamente contrario al proseguimento del Protocollo di Kyoto, si è guadagnato il poco ambito premio per il discorso più retrogrado alla Conferenza delle parti che si sta svolgendo a Cancun nel contesto della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.

Posso azzardare un parere? Non mi stupisce. Ritengo i giapponesi un popolo per molti versi straordinario, ma dedito a un progresso fine a sé stesso più che al “servizio dell’uomo”. Il fasto dei negozi, il treno puntuale, il conbini sempre aperto,  sono cose belle e comode, ma prima di tutto ci comunicano come sia giusto produrre tanto, produrre in fretta e produrre sempre.
A fornire il motivo di questa folle corsa si mette la ditta, qualunque ditta, coi suoi nobili principi aziendali improntati al miglioramento dell’umanità, alla cortesia, al contributo alla nazione, a altri importanti valori che agli occhi di un povero gaijino appaiono come scuse per non ammettere di essere criceti ognuno in piena corsa nella propria ruota.

A volte sarebbe meglio fermarsi e stare un po’ in santa pace.

C’è una nuova chiesa cristiana (non ho idea di quale confessione) vicino alla stazione.

La sua croce spicca alta e fosforescente nella grigia distesa di mansion takasaghesi (che raramente vanno oltre il secondo piano di altezza).

In una città dove dopo tre anni dietro qualche angolo scopro ancora dei simpatici tempietti sconosciuti, la prima cosa che ho pensato vedendola è stata:

“Urusai”

che non è intraducibile come parola, ma in italiano non rende bene l’idea. “Rumoroso” è la traduzione applicabile nella maggioranza dei casi, ma qui non c’è nessun rumore (fanno molto più casino quei cazzo di tamburi durante l’aki matsuri del quartiere, tra prove e festa quest’anno c’è stata una settimana in cui avrei voluto strozzare tutti i suonatori – e a me il suono del taiko piace -). Potrei dire un “vistoso”, “appariscente”, ma sempre in senso fastidioso.

Poi ho pensato:

“Bah”

E infine:

“Spero che ciò non porti un aumento delle visite dei testimoni di geova al mio covo.” (poveri ormai hanno un po’ abbandonato le speranze)

Gli evangelizzatori non fanno per me.