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Tonari recensore

Un mesetto fa, poco dopo la morte dell’analogico in Giappone, ho finalmente deciso di disdire l’abbonamento dell’NHK. Visto che la tv la guardo pochissimo non ho intenzione di passare al digitale, almeno finché vivo da solo: internet basta e avanza.
Tuttavia il silenzio assoluto mi intristisce, in particolare quando mangio, per cui mi sono messo alla ricerca di tv internettiane alternative in italiano, inglese o giapponese (per quando viene mia morosa).
Così ho infine scoperto i drama giapponesi, ma soprattutto i siti che li danno in streaming di straforo. Non mi fraintendete, so cosa sono i drama, ma vista la mia scarsa attenzione alla tv non ne avevo visto seriamente neanche uno.

Così ultimamente mi sono guardato alcune puntate di:
– GTO. Vabbé di questo conosco il fumetto per cui bene o male sapevo già cosa aspettarmi. Il drama è comunque molto più piacione e volemose bene. Inoltre Sorimachi Takashi è un bell’uomo, ma meno tamarro del vero Onizuka. Comunque un divertente intermezzo serale per farsi qualche risata.

Onizuka e gli Onizuka boys.

– Bambino. Consigliatissimo dalla mia ragazza, questo drama parla di un cuoco di Fukuoka che va a lavorare in un prestigioso ristorante italiano di Tokyo dove colleghi di una simpatia incontenibile cercano di renderlo un fu-cuoco tramite calci, pugni e umiliazioni di vario genere. Tutto ciò perché lui pur vantandosi di essere grande asso in realtà é uno di quelli che ha sempre lavorato in posti un po’ zarri, quei ristoranti-italiani-mah-diciamo-di-sì-se-insisti che in Giappone si vedono dappertutto e hanno nomi improbabili e subito sgamabili come “Buco di muro” o “Giocare”. E in effetti nella cucina del supermega ristorante Baccanale è utile circa come un cacciavite senza punta (ma solo all’inizio o almeno spero). Per ora sono riuscito a vedere solo tre puntate perché lo trattano veramente troppo di merda, non è una cucina è una guerra, poi mi mette la tristezza e mi dico ma te guarda sti cazzo di giapponesi ma perché non gli da un calcio nelle palle??? Quindi mi incazzo e la sera mi stanca. C’è anche il manga.

Una tranquilla giornata di lavoro per Ban-chan.

– Zettai Kareshi. Un T-800 riprogrammato, da macchina assassina diventa fidanzato perfetto e invece che uccidere la Sarah Connor giapponese vuole trombarsela. Lei però non gliela dà. Ho visto solo la prima puntata, per cui boh. Comunque leggero. Anche qui manga.

Inquietante.

Orsù anche voi consigliatemi qualche drama, ma divertenti e per rilassarsi. Vanno bene anche fantasy-fantascienza.



Ed eccoci di nuovo nel magico mondo creato da Baum e popolato da personaggi improbabili e spesso odiosi.
Avendo già parlato abbastanza male del terzo volume della serie, mi sono chiesto a più riprese perché continuo a proseguire nella lettura dei libri di Oz e perché ne scrivo addirittura sul blog, quando ci sono autori “fantasy” (in senso lato) che amo molto più di Baum (Lord Dunsany, William Morris, Hans Bemmann). Non sono il tipo che legge libri solo per poi spalarci merda sopra: è un’attività divertente e di moda ultimamente, ma non ne ho il tempo.
Ho trovato alcuni motivi: l’idea surreale dietro a personaggi e ambientazioni mi piace, anche se la coerenza interna spesso latita e i wtf si sprecano in più parti. Inoltre è un universo noto a tutti da una parte (chiunque conosce il Mago di Oz) e quasi sconosciuto dall’altra (i volumi successivi al primo, a eccezione di Ozma di Oz, non sono mai stati pubblicati in Italia) quindi lo trovo un argomento curioso. E poi il blog è mio e insomma cazzi miei.

Nel quarto libro, “Dorothy and the Wizard in Oz”, assistiamo al ritorno sulle scene del caro vecchio mago di Oz.
Di ritorno dall’Australia (dove era arrivata alla fine del capitolo precedente) Dorothy si trova dalle parti di San Francisco per visitare dei conoscenti prima di tornare nel suo caro Nebraaaaska (no era il Kansas, ma il Nebraaaska mi piace di più). Un improvviso terremoto però apre una enorme voragine sotto i suoi piedi e Dorothy viene inghiottita nelle viscere della terra insieme al suo amico Zeb, al cavallo Jim e al gatto Eureka (ottimo nome per un gatto).
Le forze della natura devono avercela a morte con Dorothy: nel primo libro un uragano, nel terzo una tempesta e relativo naufragio e ora un terremoto (nel secondo ricordo che il suo personaggio non c’è).
Anche stavolta purtroppo non si sfracellerà, ma giungerà nella terra dei Mangaboos, e poco dopo anche Oz sopraggiunto in mongolfiera si unirà alla brigata. Da qui attraverso varie peripezie passeranno nella valle delle voci, nella terra dei Gargoyles, nella caverna dei draghetti per giungere infine a Oz.
Senza rivelare troppo della trama, voglio fare alcune osservazioni.

Questo libro è, dei tre seguiti al Mago di Oz che ho letto, quello ho preferito.
Per cominciare le ambientazioni sono tra le più surreali incontrate finora. Interessanti soprattutto i Mangaboos, vegetali dall’aspetto umano che nascono sugli alberi e poi a maturazione (ovvero adulti) vengono staccati e si inseriscono nella società. Non sono “buoni”. Non sono neanche “cattivi”, ma hanno la fastidiosa abitudine di voler eliminare qualunque cosa troppo diversa da loro per cui hanno un che di inquietante. Essendo vegetali, ma in forma identica a quella umana e sessuati, mi sono chiesto se le donne avessero la patata. Ma poi mi sono detto che sciocco sono vegetali, ce l’avranno di sicuro!

La combriccola di sciroccati è sopportabile, cosa non scontata quando si ha a che fare con Baum. Dorothy andrebbe sempre presa a schiaffi, ma gli altri riescono a non rendersi odiosi come invece spaventapasseri e uomini di latta vari. Oz mi ha lasciato un po’ interdetto: che fosse un semplice imbroglione e non un vero mago si sapeva, ma nel primo libro aveva comunque una sua autorevolezza, qui invece pare di avere davanti mago do Nascimento.
Zeb poteva essere interessante, in quanto primo compagno umano dei viaggi allucinogeni di Dorothy. Purtroppo però è completamente piatto, zero personalità. Non che mi aspettassi Thomas Covenant l’incredulo (con tanto di stupro di qualche Mangaboo), ma si poteva fare di meglio. Jim e Eureka mi sono piaciuti abbastanza (soprattutto il primo) e meritano un discorso a parte.

"Eureka... ma non è che siamo finiti in un libro di merda no?" "Uhm..."

Quando il gruppo arriva a Oz le cose tra Eureka e Jim da una parte e i vecchi personaggi dall’altra non vanno proprio lisce e Baum ci concede una pausa dal volemose bene a cui ci ha abituato finora. I primi problemi si verificano tra Eureka e Billina (la gallina parlante del terzo libro) già appena arrivati

Around Billina’s neck was a string of beautiful pearls, and on her legs were bracelets of emeralds. She nestled herself comfortably in Dorothy’s lap until the kitten gave a snarl of jealous anger and leaped up with a sharp claw fiercely bared to strike Billina a blow. But the little girl gave the angry kitten such a severe cuff that it jumped down again without daring to scratch.
“How horrid of you, Eureka!” cried Dorothy. “Is that the way to treat my friends?”
“You have queer friends, seems to me,” replied the kitten, in a surly tone.
“Seems to me the same way,” said Billina, scornfully, “if that beastly cat is one of them.”
“Look here!” said Dorothy, sternly. “I won’t have any quarrelling in the Land of Oz, I can tell you! Everybody lives in peace here, and loves everybody else; and unless you two, Billina and Eureka, make up and be friends, I’ll take my Magic Belt and wish you both home again, IMMEJITLY. So, there!”
They were both much frightened at the threat, and promised meekly to be good. But it was never noticed that they became very warm friends, for all of that.

Ma il meglio lo da Jim nel suo incontro col Sawhorse, il Leone codardo e la Tigre Affamata. Jim se la tira in quanto cavallo vero, l’unico in tutta Oz, ma il Sawhorse si rivela sempre un gran personaggio, ingenuo al punto da sembrare che in realtà stia prendendo per il culo Jim. La Tigre Affamata aveva fatto la sua comparsa in Ozma di Oz: è una bestia perennemente affamata di bambini e agnellini, costretta però dalla sua coscienza a trattenersi da divorare le persone che gli capitano sotto tiro (alquanto inquietante). Lo scambio di battute tra lei e Jim sembra quello tra due bulletti di periferia.

“Is not the Real Horse a beautiful animal?” asked the Sawhorse admiringly.
“That is doubtless a matter of taste,” returned the Lion. “In the forest he would be thought ungainly, because his face is stretched out and his neck is uselessly long. His joints, I notice, are swollen and overgrown, and he lacks flesh and is old in years.”
“And dreadfully tough,” added the Hungry Tiger, in a sad voice. “My conscience would never permit me to eat so tough a morsel as the Real Horse.”
“I’m glad of that,” said Jim; “for I, also, have a conscience, and it tells me not to crush in your skull with a blow of my powerful hoof.
If he thought to frighten the striped beast by such language he was mistaken. The Tiger seemed to smile, and winked one eye slowly.
“You have a good conscience, friend Horse,” it said, “and if you attend to its teachings it will do much to protect you from harm. Some day I will let you try to crush in my skull, and afterward you will know more about tigers than you do now.

Ooooooh volano minacce! :D Finalmente! Sangue, spranghe, violenza!

Arriveranno finalmente alle mani (o alle zampe) dopo la gara tra Jim e il Sawhorse, in cui il primo verrà bellamente umiliato.

I am sorry to record the fact that Jim was not only ashamed of his defeat but for a moment lost control of his temper. As he looked at the comical face of the Sawhorse he imagined that the creature was laughing at him; so in a fit of unreasonable anger he turned around and made a vicious kick that sent his rival tumbling head over heels upon the ground, and broke off one of its legs and its left ear.
An instant later the Tiger crouched and launched its huge body through the air swift and resistless as a ball from a cannon. The beast struck Jim full on his shoulder and sent the astonished cab-horse rolling over and over, amid shouts of delight from the spectators, who had been horrified by the ungracious act he had been guilty of.
When Jim came to himself and sat upon his haunches he found the Cowardly Lion crouched on one side of him and the Hungry Tiger on the other, and their eyes were glowing like balls of fire.
“I beg your pardon, I’m sure,” said Jim, meekly. “I was wrong to kick the Sawhorse, and I am sorry I became angry at him. He has won the race, and won it fairly; but what can a horse of flesh do against a tireless beast of wood?”

"Aò, 'a Jim, nun fa tanto lo sgarzellino eh"

Eureka ancora ci dà la possibilità di conoscere l’inquietante sistema giudiziario di Oz: accusato di essersi pappato il maialino da compagnia di Ozma viene sottoposto a processo. Qui capiamo alcune cose:
– non vi è divisione tra potere giudiziario, esecutivo e legislativo a Oz (potevamo immaginarlo). Ozma, parte offesa, ha addirittura il ruolo di giudice, che io personalmente non le affiderei MAI, data la sua sprovvedutezza (palese anche in questa occasione).
– a Oz esiste ancora la pena di morte e a somministrarla è l’Uomo di Latta con la sua scure. Visto? Dici tanto buon cuore buon cuore e invece è il boia. L’Uomo di Latta tra l’altro ha anche il ruolo di difensore di Eureka che però poi dovrebbe uccidere se si rivelasse colpevole. WTF.
– i processi sono sommari e imbarazzanti per la loro superficialità. Esiste un solo grado di giudizio.

Insomma meglio stare MOLTO attenti quando si va a Oz, perché se stai sulle palle a Ozma puoi passare brutti guai.

Infine Spaventapasseri e uomo di Latta sono i soliti pirla, ma meno insopportabili dei libri passati. Il primo durante il processo mi ha strappato anche una risata.

“Your Royal Highness and Fellow Citizens,” he [il Woogle Bug, che fa da pubblica accusa ndTonari] began; “the small cat you see a prisoner before you is accused of the crime of first murdering and then eating our esteemed Ruler’s fat piglet—or else first eating and then murdering it. In either case a grave crime has been committed which deserves a grave punishment.” [grave-grave… babba bia ndTonari]
“Do you mean my kitten must be put in a grave?” asked Dorothy.
“Don’t interrupt, little girl,” said the Woggle-Bug. “When I get my thoughts arranged in good order I do not like to have anything upset them or throw them into confusion.”
“If your thoughts were any good they wouldn’t become confused,” remarked the Scarecrow, earnestly. “My thoughts are always—”
“Is this a trial of thoughts, or of kittens?” demanded the Woggle-Bug.
“It’s a trial of one kitten,” replied the Scarecrow; “but your manner is a trial to us all.”

Tra i difetti possiamo annoverare i deus ex machina tipici della serie (ha sempre troppo culo sta Dorothy) e l’incoerenza di alcune ambientazioni (vedi la valle delle voci), troppa anche per un romanzo fantastico. Comunque niente che non si sia già visto nei romanzi precedenti: se siete arrivati fin qui sapete bene o male cosa aspettarvi. La trama in sé lascia il tempo che trova e si riduce sostanzialmente a “Dorothy e i suoi devono andare dal punto A al punto B”.

In conclusione? In conclusione un episodio passabile, un po’ più scanzonato dei precedenti. Certo un libro per bambini di 100 anni fa, ma capace di strapparmi un lungo post sul Mainichi. Diciamo 5.5/10 e con Dorothy ci si rivede alla prossima, a Road to Oz.

"Cioè? Farai altri post su sta roba?? Non famo scherzi eh!"

Oggi voglio rimembrare la mia adolescenza e parlarvi dei videogiochi di Captain Tsubasa per Famicom e Super Famicom ad opera della Tecmo. Vi avverto: si tratta di un post bello lungo, se l’argomento non vi interessa lasciate stare.

Al giorno d’oggi Captain Tsubasa ha perso per me qualunque attrattiva: inserire i personaggi nel mondo reale ha tolto quel sapore di fantastico che aveva la serie o forse sono io a essere invecchiato. Sì perché diciamocelo prendiamo tutti per il culo i campi chilometrici, la collina, i tiri impossibili, le tattiche approssimative, però che sarebbe stato Holly e Benji senza tutto ciò? Una cosa tipo Alé Alé Alé o-o forse. Ma in quanti se lo ricordano Alé Alé Alé o-o? E poi erano bambini ed eravamo bambini pure noi ed era facile sentirsi Holly o Mark o Benji nel campetto sotto casa.

Alé Alé Alé oh oh, discreto ma lungi dall'essere leggenda

Aggiungiamo anche che nel World Youth Takahashi ha completamente banalizzato il concetto di Nazionale. Voglio dire una volta pensavi Holly e Mark nella stessa squadra e avevi un orgasmo perché era una cosa che non succedeva mai, fichissima, con Benji in porta poi spacchiamo il culo a tutti!!!!111 Invece dopo il Mondiale della seconda serie gira e rigira son sempre tutti insieme, ci si finisce per fare l’abitudine. Comunque non sono al corrente degli sviluppi successivi.

La storia la conosciamo tutti, Holly, Nyuppi, New Team, prima serie con la Muppet, seconda con la Toho, poi Mondiali e film annessi. Da qui Captain Tsubasa J, World Youth, Road to World Cup 2002 e ultime vicende, Holly al Barcellona e altro che non so.
Tuttavia passarono molti anni dalla fine dei Mondiali giovanili a Captain Tsubasa J e in questo interregno si affermò una storyline alternativa con personaggi originali anche importanti che poi sarebbero scomparsi nel nulla con mio grande rammarico. Tale storyline venne costruita per dare un background ai giochi per Famicom e Super Famicom che nel frattempo uscivano in Giappone. Come non capirli: una gallina dalle uova d’oro come questa andava sfruttata, non è che si potessero aspettare i bei comodi di Takahashi.

I giochi non erano simulazioni calcistiche, ci mancherebbe, ma miscelavano calcio e gioco di ruolo in maniera a mio avviso apprezzabile.
Dal primo al quarto la struttura fu la stessa: schermo diviso in due, sopra l’immagine del giocatore con la palla (relativamente inutile) o l’eventuale animazione e sotto mappa del campo, risultato, controlli, statistiche e telecronista a spiegare gli eventi. Il quinto introdusse delle modifiche, ma fondamentalmente non cambiò molto, in particolare lo schermo smise di essere diviso in due e la mappa divenne un campo di gioco vero e proprio, il centro dell’azione.

Lenders in progressione in Captain Tsubasa 2

Nella modalità storia la squadra non è selezionabile ovviamente, percorrendo la vicenda si impersona quella al centro della situazione, sia essa la New Team, il San Paolo, la Nazionale Giapponese o altro. Esiste anche una modalità All Star in cui poter scegliere la squadra da usare oppure creare due team selezionando direttamente i componenti per un match ricco di celebrità. Perlopiù comunque seguirete la storia, come in ogni RPG che si rispetti e come in ogni RPG ogni personaggio, qui giocatore della squadra, ha le sue belle statistiche che progrediscono col passare delle partite. A fianco ad esse anche il ガッツ o guts ovvero l’energia. Se essa arriva a zero non è che il giocatore muoia (per quanto Julian Ross certe volte non la prenda bene), ma diventa impossibile effettuare qualunque tecnica speciale (ognuna ha un costo diverso a seconda della potenza) e anche quelle normali risultano un po’ fiacche.

I giochi non uscirono mai dal Giappone, ma alla fine degli anni 90 il nascente mondo degli emulatori mi permise di goderne a pieno e senza spese.
Data la loro natura particolare per me fu un’impresa capire come giocare. Interagire non è così scontato: ogni volta che ci si trova faccia a faccia con un avversario il gioco entra in pausa chiedendo al giocatore cosa voglia fare a quel punto e le opzioni cambiano a seconda se si ha la palla oppure no. Lo stesso giocatore, se in possesso della palla, può decidere lui di mettere in pausa l’azione e a quel punto scegliere da un menu se passare, tirare, effettuare una triangolazione o continuare con la progressione. Gli “scontri” (parata o goal, passaggio intercettato o meno ecc) sono risolti con un occhio alle statistiche e uno al fattore random. Solo il movimento avviene in “tempo reale”.
Ecco un video abbastanza esplicativo tratto da Captain Tsubasa 2.

Una volta afferrato il meccanismo in realtà tutto si rivela molto semplice e ripetitivo, ma descriverlo è un gran casino e anche impararlo. Fortunatamente nel periodo in cui ci giocai, avrò avuto 17 anni, avevo già cominciato a buttare tempo e soldi studiando privatamente giapponese, per cui dopo vari tentativi l’interfaccia riuscii a capirla.
Ci tengo a sottolineare che secondo me è un sistema di gioco che ricrea molto bene le atmosfere di Holly e Benji: è assurdo tirare fuori un gioco di calcio da una serie che di calcio ha solo l’aspetto.

La storia rimase invece un po’ un mistero, non riuscivo ancora a leggere giapponese di quel livello, addirittura all’inizio confusi Tom Becker e Julian Ross (graficamente non è che fossero molto diversi e allora i nomi originali non erano molto conosciuti). In ogni caso guardando le immagini e osservando il susseguirsi dei match afferrai l’essenziale, che poi era più o meno sempre la stessa cosa: partite coi club prima e mondiale poi, con varie infiocchettature.

Holly pronto a scatenare l'Armageddon

Il primo Captain Tsubasa su Famicom rispecchiava credo la seconda serie, con Mark alla Toho e Holly alla New Team. Dico credo perché provai a giocarci, ma l’interfaccia ancora grezza mi fece desistere ben presto quindi lo salterò a piè pari.

Il secondo, sempre per Famicom, aveva già un gameplay maturo che nella sostanza non sarebbe mutato nei tre episodi successivi. Di questo apprezzai molto la grafica: gli sprite dei giocatori nella metà alta dello schermo sono ben definiti e si riescono a riconoscere non solo i personaggi principali tipo Holly, Bruce e gli altri soliti noti, ma anche quei comprimari ignoti alla serie animata che non avevano particolari abilità, ma si trovavano un gradino sopra al resto della squadra, tipo il centrocampista Santamaria o Babinton del San Paolo, gente a cui se davi il pallone magari un dribbling te lo riusciva anche a fare. Nei giochi successivi i colori e i disegni sono migliori (si parla di Super Famicom del resto), ma i giocatori secondari hanno uno stile grafico un po’ troppo omogeneo.

Tom Becker sulla palla: possiamo stare abbastanza tranquilli

Qui ci fu anche il debutto di Coimbra, cazzuto alter ego brasiliano di Mark Lenders, a dar man forte al già noto Carlos Santana. Coimbra sarebbe diventato un personaggio inamovibile fino al quinto episodio, ma nulla di ciò è arrivato fino a Captain Tsubasa J. Sua peculiarità il マッハシュート, un tiro di cui, pur conoscendo già il katakana, impiegai anni per capire il significato. Mahha shoot? Mappa shoot? Ma che caz? Alla fine, quando ormai i giochi di Captain Tsubasa erano solo un bel ricordo del passato compresi: Mach Shoot!

Coimbra in Captain Tsubasa 4

E’ l’unico episodio che non sono riuscito a finire, me lo ricordo come piuttosto impegnativo, ma è anche vero che fu quello che giocai per ultimo quindi forse cominciavo a stancarmi.

Captain Tsubasa 3 fu il primo episodio per Super Famicom. Graficamente non ci guadagnò molto (i calciatori anzi sono un po’ degli sgorbi), ma alcune musiche di accompagnamento sono veramente esaltanti, per me le migliori dell’intera serie. La storia signori è sempre quella, partite di club e poi mondiali, ma finalmente i maggiori esponenti della generazione d’oro decidono di lasciare il Giappone. Ritroviamo in questo modo Philip Callaghan in Inghilterra, al fantomatico Yorkshire FC, Tom Becker in Francia, all’ancora più fantomatico Champs Elysées e udite udite Lenders e Warner insieme nientepopodimeno che in Messico, al Mexico City! Messico? Ma che senso ha andare in Messico?! Questo comunque vi permetterà di sfidarli nei panni di Holly durante la Coppa dell’America Latina, una sorta di coppa Libertadores.

Il quarto fu forse l’episodio che più amai, un po’ perché fu il primo a cui giocai, un po’ perché ha la possibilità di fare scelte diverse nella storia e questo condiziona tutte le partite e la storia successiva (io contai sei finali diversi, ma secondo recenti indagini i finali diversi sarebbero solo quattro… mah). Questi finali di solito non cambiano enormemente il succo della storia, almeno non in maniera visibile (non dimentichiamo che non sapevo il giapponese), ad esempio in un caso in finale troviamo l’Italia, in un altro la Germania e in un altro ancora l’Olanda. Tuttavia c’è un percorso molto interessante in cui Holly, invece di giocare alla fine con la nazionale giapponese, si imbarca un torneo col San Paolo incontrando varie nazionali e sfidando per ultimo proprio il Giappone.

Holly si prepara a scatenare il Ragnarok

E’ anche un episodio che mescola le carte a livelli assurdi, c’è Bruce Harper che va a giocare col San Paolo in Brasile (Bruce Harper!) e si inventa pure un tiro segreto, c’è la new entry Stratto (sic!) italiano sempre al San Paolo inizialmente rivale di Holly, che poi “diventa buono” e tira fuori il “Megarozone Shoot”, una bomba in grado di rivaleggiare con quelle Lenders. Tornerà anche nel quinto episodio, ma molto in sordina purtroppo (lo adoravo). Poi scomparirà. In uno dei percorsi Holly, Bruce e Stratto giocano nel Brasile (!!!) insieme a Coimbra e Santana in una sorta di Coppa America, scontrandosi in finale con Lenders e Warner arruolati nel Messico (!!!). Nel percorso citato sopra (quello della finale San Paolo – Giappone) al San Paolo arriva addirittura Patrick Everett, più altri tre personaggi secondari ma in gamba: Bambino (italiano lol, amico di Stratto), Bamora (portiere dalla super parata) e un tal Nelson. Infine, lo stesso utente ha la possibilità di crearsi a un certo punto un alter ego virtuale da inserire nella compagine, con tanto di tiro segreto personale. Da citare anche una coppia di cinesi sosia di Bruce Harper dotati di una pseudo catapulta infernale (solo che uno saltava dalle spalle dell’altro) praticamente inarrestabile, mai riuscito a pararla con Ed Warner, Benji solo se era fortunato. Li ho odiati dal profondo.

Ecco il mitico Stratto

Conservo dei gran ricordi di questo capitolo, fu quello con cui esordii nella serie. Vedere per la prima volta Clifford Huma e i gemelli Derrick eseguire la catapulta infernale fu esaltazione allo stato puro. Ci passai davanti mesi (quanto tempo avevo sigh). Non è comunque un episodio esente da difetti, in particolare è molto (troppo) lungo, ha molte partite che durano pure parecchio e la musica è noiosa. Graficamente è ok, ma alcuni lo considerano in realtà il peggiore della serie.

Il quinto non è brutto, ma non mi esaltò più di tanto. L’interfaccia è diversa e lo schermo presenta ora il campo come in un normale videogame di calcio. E’ una struttura che non trovo molto adeguata a Holly e Benji e che ha come risultato quello di “rimpicciolire” lo spazio di gioco. Ciò a sua volta porta a scontri molto più frequenti con i calciatori avversari, con chiari effetti sul consumo di energia. Inoltre la differenza in abilità tra i personaggi principali e i comprimari senza volto si fa meno marcata, tanto che anche con Holly non è facile lanciarsi nel dribbling.

Casino nei pressi dell'area

A livello di storia ha alcuni spunti interessanti: intanto Holly lascia finalmente il San Paolo per trasferirsi in Italia. Colpo di mercato del Lecce! :D Al giorno d’oggi, avendo anche udito di Mark Lenders alla Reggiana non ci stupiamo più di nulla, ma in quegli anni vedere Holly al Lecce faceva un po’ ridere. Al suo fianco il capitano Carnevale, difensore energumeno dalla progressione a gomitate tipo Lenders, e Mancini, interessante ala senza mosse segrete, ma dal buon dribbling. Mark e Ed Warner passano alla Juventus (qui ho cominciato a pensare che avessero una relazione, diamine son sempre insieme), Stratto torna al Milan con Bambino e così via.

Holly sconsolato si domanda come sia potuto finire al Lecce

Altre due parti della storia mi sono rimaste impresse. La prima è la Coppa d’Asia da affrontare con il Giappone privo di Holly, Benji, Warner, Lenders e Everett. Qualcosa di simile succederà anche in Captain Tsubasa J, ma all’epoca era curioso vedere la nazionale priva dei suoi pezzi migliori e poter dare un po’ di spazio a scarsotti del calibro di Paul Diamond, Sandy Winter e Johnny Mason (soprannominato lo ricordiamo “la madre di Holly” per la somiglianza) portava una bella ventata di aria fresca. La seconda è l’incredibile evoluzione di Patrick Everett, ancora al San Paolo, da attaccante capace ma non eccelso a temibile punta sbruffona, tanto da arrivare a rifiutare la convocazione in Nazionale per entrare in un all star team denominato “Campione” (in italiano proprio) col quale partecipa a un torneo internazionale scontrandosi in finale col Giappone di Holly (ultimo match del gioco).
Vengono introdotti nuovi personaggi, in particolare Signori, imprendibile folletto brasiliano, e Joan, vecchio maestro di Roberto e eminenza grigia dietro al cambiamento di Everett oltre che allenatore della Campione.
Da citare anche la possibilità, progredendo nel gioco, di sbloccare singoli scenari grazie ai quali conoscere alcuni eventi paralleli alla storia principale, assumendo di volta in volta punti di vista diversi (Schneider, Signori, Everett eccetera). Un’ottima trovata dal punto di vista della longevità.

Se Mark si incazza sono guai

Il tema che percorre tutti gli episodi fu senza dubbio “la corsa agli armamenti” o meglio alla mossa più potente: ogni volta Holly e soci ne creavano di nuove e più forti, con Lenders forse caso più clamoroso (Tiger Shoot – Neo Tiger Shoot – Lightning Tiger – Dragon Tiger – Final Tiger). Ogni tanto, in determinate condizioni, era possibile anche effettuare tiri irripetibili, tipo il Drive Tiger (Holly + Mark).
Ma non di solo attacco si parla, le mosse segrete comprendono rovesciate, super rovesciate, super colpi di testa, parate, passaggi, dribbling, scivolate e blocchi (insuperabile quello di Bruce con la faccia) in un tripudio di palloni ovali e spazi tempo deformati.

Col match Giappone-Campione si conclude il quinto gioco e se ne va un mondo. Si congedano personaggi che seppero darmi più di una emozione, che imparai a conoscere nonostante il giapponese zoppicante. Oltre a quelli già citati potrei parlare di Micheal, giocatore statunitense autore di simpatici siparietti con Bruce Harper; Schumacher, portiere danese; Gertis, versione brasilera di Ed Warner (era identico); Renato, portiere del San Paolo; il tedesco Povlsen; il temibile trio olandese in forza al Milan Van Berg-Nieskens-Furia (mi ricorda qualcosa…); Pipin sempre del Milan (ispirato forse a Jean-Pierre Papin). E ce ne sarebbero altri. Bruce aveva persino una mezza morosa, Katagiri Yoko, pure lei sparita nel nulla, sorella del Katagiri osservatore della nazionale giapponese, quello con gli occhiali scuri. Tutti svaniti, come un bel sogno.

Yoichi Takahashi era infatti ormai al lavoro sulla nuova serie e ignorò, legittimamente, tutto ciò che la Tecmo ci aveva raccontato in quegli anni. Il gioco successivo nonché ultimo di Captain Tsubasa su Super Famicom fu Captain Tsubasa J che completai vista anche la brevità, ma che era tutt’altro dai capitoli che mi avevano appassionato precedentemente, anche a livello di gameplay.

Che sarebbe successo a Holly in Italia? Patrick al San Paolo avrebbe continuato la sua ascesa? Tra Bruce e Yoko come sarebbe andata? E Stratto che fine avrebbe fatto?
Domande che resteranno senza risposta: le possibilità che questa storyline sia ripresa da qualcuno sono pari a zero, potrebbe capitare giusto in qualche fan fiction delle più maniache, ma non la capirebbe quasi nessuno.

Ma quel pantheon di campioni scomparsi rimarrà per sempre nel cuore di quei pochi appassionati che nel bel mezzo della loro adolescenza passarono ore e ore attaccati allo schermo, a esaltarsi per una catapulta infernale all’ultimo secondo o a soffrire affidandosi all’agilità di Warner e Price, con la porta sotto assedio e il risultato in bilico.

Stratto, Bamora, Yoko e tutti gli altri: grazie di cuore, ci siamo divertiti.

A livello videoludico fondamentalmente sono preda di due incastri “ciclici”.  Ne sono vittima in quanto grande amante dei giochi poveri e retro, segno evidente di prematura senilità: mentre le persone normali attendono la nuova serie di Prince of Persia, io perdo il pomeriggio a giocare con il primo (e relativi mod); mentre i miei colleghi discutono di PES mondiale io rispolvero Sensible Soccer; mentre Dragon Quest e Monster Hunter dominano il mercato io aspetto l’uscita di Avadon. Insomma se ci sono più di due dimensioni comincio a sentirmi a disagio, a volte mi accontento anche di una sola.

E qui mi ricollego al discorso inizale sugli incastri ciclici: il primo sono i roguelike, giochi di ruolo concettualmente simili a Diablo, ma la cui grafica (per così dire) è realizzata interamente in caratteri ASCII. Alcuni titoli possono rivelare meccaniche e mondi estremamente profondi,peccato che la quasi totalità debba essere giocata in modalità hardcore (se muori una volta i progressi vengono cancellati e si ricomincia da capo). Certo, farsi il backup del file di salvataggio è semplice, ma implica tutte le volte dover uscire dal programma, uno smaronamento tale da scoraggiare molte nuove leve. Se fossero persone li definerei come dei vecchi scorbutici e un po’ stronzi, ma con una grande esperienza e molta saggezza. Ce ne sono alcuni un po’ più abbordabili, se vi capita fate un tentativo. Ne ho parlato anche qui.

Tipico esempio di roguelike. Il giocatore è "@" (in basso a sinistra).

Ma questo è l’altro incastro.

Quello del momento non sono i roguelike: ho infine ripreso in mano le avventure testuali, “interactive fiction” se vi sentite più esterofili. L’interactive fiction è l’antenata delle avventure grafiche (un genere già vecchio anch’esso quindi figuratevi) e trattasi di giochi composti di solo testo: l’utente legge le descrizioni e compie azioni scrivendo direttamente cosa fare (“prendi il coltello”, “taglia il pane”, “mangia il pane”, “caga”). Andavamo molto di moda decenni fa, quando la grafica sui computer era un optional.
Non esistendo un menu con i vari verbi selezionabili come in Monkey Island o Simon the Sorcerer potete già intuire come il primo problema per il novizio sia l’interfaccia, ovvero far fare al personaggio quello che effettivamente vogliamo (= trovare la parola giusta). Se ci aggiungiamo che la maggioranza delle avventure (le migliori in particolare) sono in inglese capite come pure qua ci troviamo di fronte a dei giochi potenzialmente molto frustranti (per alcuni inaccessibili). L’esperienza aiuta molto, tuttavia inizialmente è necessaria una certa costanza.
Gli esponenti più famosi sono Zork e seguiti e Avventura nel castello.

"You are standing in an open field west of a white house, with a boarded front door." Una citazione che i più nostalgici apprezzeranno.

Fortunatamente però rispetto ai roguelike esiste un gran numero di avventure abbordabili anche da chi non ha voglia di rompersi eccessivamente la testa con enigmi impossibili. Sono titoli figli di una filosofia compositiva più orientata alla trama che ai puzzle e sono generalmente quelli che preferisco.
Il migliore che ho provato è Worlds Apart di Suzanne Britton, avventura fantasy (non convenzionale) alla ricerca della propria identità dal sapore quasi “mystiano”, ma ne escono di continuo grazie all’opera di una nutrita comunità di appassionati.

E niente così dalla settimana scorsa, nei (pochi) ritagli di tempo mi dedico all’interactive fiction.
Per giocare serve un interprete (= programmino con cui caricare il file, ad esempio Glulx o Spatterlight), ma di recente è stato sviluppato un tool online, Parchment, grazie al quale basta un web browser per usufruire di una ricca collezione di titoli.
Nel frattempo ho terminato il breve DreadWine, molto carino, semplice e dall’atmosfera fortemente onirica e iniziato Winter Wonderland (idealmente da giocare la vigilia di Natale, ma tant’è).

Solitamente l’incastro per questo tipo di giochi dura circa due-tre settimane, passando per un periodo in cui non faccio altro fino ad arrivare al rigetto totale. Vediamo stavolta quanto va avanti.

Circa un mese fa è uscito The Frozen tears of Angels, la nuova fatica dei Rhapsody, tornati a calcare le scene dopo 8 anni di silenz… come? Dopo Power of the Dragonflame avevano fatto uscire altri dischi? Metal? Ma va, non me n’ero accorto, sarà che all’ascolto dell’EP Dark Secret mi sono addormentatzzzzzzzzzz. Un sonno lungo anni.
Seriamente parlando, i Rhapsody finalmente tornano a suonare metal. Certo, lo fanno a modo loro, ergo chi non li ha mai amati non li amerà nemmeno con questo disco, tuttavia i fan che come me non avevano gradito la sterzata nettamente pomposo-sinfonica (yawn) del 2004, e credo siano tanti, piangeranno di gioia al ritorno ai fasti del passato. E si fotta l’autoplagio.

The Frozen tears of Angels non fara’ la storia; fosse uscito dopo PotD sarebbe stato un buon cd nello standard dei Rhapsody. E allora che ha di speciale? Beh è un ottimo album, è molto piacevole e soprattutto mi restituisce un gruppo che ormai avevo dato per disperso insieme ai Sonata Arctica e agli Elvenking (anche questi entrambi ripresisi un po’ con l’ultimo cd, rispettivamente “The Days of Grays” e “Two Tragedy Poets (…and a Caravan of Weird Figures)”, dopo Unia e The Scythe che proprio non mi erano andati giù).
Lo sbando della Triade Power suddetta aveva poi contribuito al mio avvicinamento all’industrial-ebm, ma questa e’ un’altra storia.
Che sia pero’ tornata l’ora di lustrare la spada e tirare fuori il destriero dalla stalla? Speriamo, non mi dispiacerebbe staccare lo scudo appeso sopra il camino.

Nel frattempo eccovi Raging Starfire, a cui va una menzione d’onore per essere stata la prima canzone dei Rhapsody a esaltarmi dal 2002.

EDIT: il pezzo è stato tolto per motivi di copyright. Scaricatelo o in alternativa date un’ascolto a Sea of Fate che anche non è male. Quando tornerà disponibile lo rimetterò.

EDIT2: pezzo rimesso da qualche anima pia.

Continuo nella lettura dei romanzi di Oz per l’affetto che mi lega al libro originale e per gli interessanti (a prima vista) personaggi che Baum riesce a costruire.

Tuttavia in “Ozma of Oz” (terzo capitolo della luuuunga saga) i problemi son sempre quelli, gli stessi di “The Marvelous Land of Oz” (il secondo): i cattivi si rivelano sempre dei buffoni, i buoni sono di una bontà al limite del rivoltante e l’improbabilità con cui immancabilmente Dorothy e Co. riescono nelle loro imprese toglie qualunque traccia di suspence dalla storia.
Capisco che il racconto sia pensato appositamente per un target infantile, ma Winnie Pooh e il Vento tra i Salici dimostrano che libri per ragazzi fatti bene possono comunque risultare gradevoli a ogni età.

Facciamo degli esempi. In questo libro compaiono alcuni dei personaggi di Baum finora meglio riusciti: Langwidere e gli Wheelers.

Gli Wheelers. Gli Wheelers nel film “Ritorno a Oz” spaccano e mi piacciono ancora adesso. Ammetto che mi fecero paura quando li vidi da piccolo (mai come la scena del sogno acido di Dumbo, quella mi inquieta ancora, ma comunque abbastanza) .

Per questo ero molto curioso di ritrovarli nel romanzo. E invece tristezza. Ok, mi sta bene che vengano tutti stesi dal robot TikTok, mi sta un po’ meno bene che per neutralizzarli basti sapere che sono… innocui (???)

“You’ll be sorry for treating me in this way,” whined the Wheeler. ”I’m a terribly fierce person.”

“As for that,” answered Tiktok, “I am only a ma-chine, and can-not feel sor-row or joy, no mat-ter what hap-pens. But you are wrong to think your-self ter-ri-ble or fierce.”

“Why so?” asked the Wheeler.

“Be-cause no one else thinks as you do. Your wheels make you help-less to in-jure an-y one. For you have no fists and can not scratch or e-ven pull hair. Nor have you an-y feet to kick with. All you can do is to yell and shout, and that does not hurt an-y one at all.”

The Wheeler burst into a flood of tears, to Dorothy’s great surprise.

“Now I and my people are ruined forever!” he sobbed; “for you have discovered our secret. Being so helpless, our only hope is to make people afraid of us, by pretending we are very fierce and terrible, and writing in the sand warnings to Beware the Wheelers. Until now we have
frightened everyone, but since you have discovered our weakness our enemies will fall upon us and make us very miserable and unhappy.”

Bah.

Langwidere è una principessa con una curiosa particolarità: cambia testa ogni giorno, attingendo a una collezione personale di 30 teste di ragazze giovani e carine.
Adesso.
Voglio dire.
Questo è un personaggio che avrebbe MOLTO da dare alla storia. A parte che un uomo che la frequentasse potrebbe così quasi credere di trombarsi 30 tipe diverse, ma poi perché ha 30 teste? Come se le procura? E’ nata così? Boh, non si sa niente, nei libri successivi non compare e anche qui se all’inizio sembra avere un carattere abbastanza maligno da invogliare alla lettura, con l’arrivo di Ozma si riduce al solito cattivo di cartapesta che sì sembrava cattivo, ma in realtà quel giorno gli giravano solo un po’ i maroni.
E Ozma saputa la storia delle 30 teste si preoccupa? Ma neanche per idea. Allora ho elaborato una teoria: Ozma e Langwidere complici, con Ozma che fornisce teste di Oziane a Langwidere in cambio di qualche favore o dell’alleanza del regno di Ev. Ecco, questo sì che sarebbe uno sviluppo interessante.

Anche qui il film è decisamente superiore: la principessa Langwidere non c’è, ma c’è la strega Mombi che è molto simile, ma più convincente. E lei sì che ci faceva cacare addosso a me e mio fratello.

Che poi il regno di Ev… cioè la storia è incentrata sulla liberazione della regina di Ev e dei suoi dieci figli, schiavi del re degli gnomi. Ma mica schiavi così eh, schiavi perché venduti dal vecchio re di Ev al suddetto governante gnomico in cambio della vita eterna. Beh interessante.

Peccato che il re di Ev, preso dai sensi di colpa, si sia suicidato subito dopo, un vero coglione DOC.

E in tutto ciò gli gnomi che colpa hanno? Nessuna. Però arriva Ozma a dire che no non sta bene, che il re è morto, il patto non vale più e li deve liberare.

Ma scusa eh.
Tu.
Sì tu.
Ozma.
Principessa di Oz.
Ma i cazzi tuoi?

E per farlo Ozma col suo esercito da burletta su cui soprassediamo arriva a Ev attraversando il deserto che circonda Oz. Adesso, se qualcuno ha letto il Mago di Oz sa che Oz è separata dal mondo da un deserto INSUPERABILE, dove se ci metti piede diventi sabbia o qualcosa del genere. Ma no, non Ozma, lei ha ricevuto un tappeto rotolante magico da Glinda (la strega buona del sud) che guarda caso ce l’aveva giusto un attimo in magazzino. Basta camminarci sopra.

Per attraversare il deserto non ci si mettono neanche due giorni. Non è il deserto è la spiaggia di Bibione praticamente e guarda caso Ozma arriva proprio nel momento in cui Dorothy è prigioniera di Langwidere. Che fortuna eh.

E il libro è tutto così, ci sarebbe ancora molto da dire sul resto dell’avventura e sul regno degli gnomi, ma ho già perso troppo tempo. Fondalmente si finisce con lo sperare che arrivi finalmente un cattivo che possa una volta per tutte nell’ordine

  1. bruciare lo spaventapasseri;
  2. fondere l’uomo di latta;
  3. imbalsamare il leone codardo;
  4. mollare qualche sana badilata sui denti a Ozma e Dorothy.

Comunque se volete leggervelo è scaricabile gratuitamente dal sito del Gutenberg Project.

Peccato, perché avevo riposto molte speranze in questo capitolo, vista la vicinanza col film (la cui trama è un mix di questo libro e del precedente + elementi inediti), film che, se non si fosse capito, consiglio: basti pensare che qui all’inizio Dorothy, a causa delle storie su Oz che continua a raccontare agli zii, viene mandata in cura in una clinica psichiatrica non molto diversa da una prigione. Altro che storielle! =D E pensare che è della Disney.

PS: l’attrice che interpreta Dorothy nel film è Fairuza Balk, comparsa anche in American History X. Per la proprietà transitiva possiamo ipotizzare che la cara Dorothy crescendo sia diventata così: