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Tonari in balia dei venti

E così è finito anche questo festival dello sport 2011, siamo andati a Yamaguchi, ci siamo fermati nel solito ryokan sperduto che a colazione serve alghe, riso e pescetti e siamo tornati (domenica). Non ci sono stati grossi problemi, se vogliamo escludere una fastidiosa pioggia nel secondo giorno di test (quello appena precedente le gare, che si sono svolte dal 5 all’8). L’acqua e il bisogno di proteggere la camera sulla torre del photo finish, unitamente alle copiose bestemmie, mi hanno fatto tornare in mente i più duri tornei del passato, al punto da arrivare a stilarne una classifica che voglio qui condividere con i miei piccoli lettori.

Io lavoro in cima

5a POSIZIONE – Il super tifone di Niigata (Niigata, 2008)
Del mitico torneo di canoa di Niigata 2008 (il reharsal del festival dello sport 2009) mi sembra di averne parlato anche in uno dei due podcast che registrai all’epoca. Alcune considerazioni me le riservo per quando parlerò del torneo dell’anno successivo (più in alto in classifica), ma grande protagonista fu la pioggia infernale. Dovete sapere che i giapponesi hanno la brutta abitudine di tenere questi festival sportivi a fine settembre, giusto giusto quando arrivano i tifoni (quest’anno però siamo stati graziati). A farne le spese i poveri tecnici ma anche i partecipanti: ci fu un momento in cui le gare si erano trasformate in autentiche lotte per la sopravvivenza, con sole due canoe su nove capaci di giungere all’arrivo senza ribaltarsi in acqua (uno spettacolo spassoso devo ammetterlo, poi per un po’ sospesero le gare con mio disappunto).
Di questo torneo ho una nitida immagine di me sotto la pioggia furiosa che urlo a un mio collega “Più a destraaaa!” mentre intorno a me acqua e vento infuriano. Mi sono sentito come su una nave in tempesta, ma quando ci ripenso rido: fu quasi divertente.

4a POSIZIONE: Le sabbie mobili di Hakuryuko (Hiroshima, 2009)
In quei giorni (inizio novembre) Tonari si trovava nella prefettura di Hiroshima a lavorare per una combo di due maratone di seguito: Hakuryuko e Hiroshima Kokusai Heiwa. In mia compagnia anche S. e W., entrambi famosi come “ame no otoko”, uomini della pioggia, persone la cui presenza richiama la pioggia come una calamita.
Il primo giorno sembrò quasi smentire questa voce, tra l’altro il nostro ryokan era vicino al posto della gara e questo vuole sempre dire importanti minuti di sonno guadagnato. Anche la mattina della gara all’inizio spuntò un timido sole, ma già verso le undici cominciarono a piovere gosse gocce. Il problema di Hakuryuko è che il traguardo si trova su uno di quei tipici campetti fatti di terra. Bastò poco e tutto si trasformò in un terrificante pantano.
In breve, la pioggia arrivò e non smise fino a sera. Ciò significò lottare contro l’acqua e la terra che nel frattempo si era tramutata in poltiglia per far sì che i macchinari non si bagnassero. La parte più dura però fu mettere tutto a posto e caricare i tappeti (usati al traguardo per prendere il tempo finale) sul furgoncino: pesanti già di loro e pesantissimi perché impregnati d’acqua, andarono prima lavati tutti e otto (non potevamo metterli su pieni di fango o avrebbero lasciato una merda completa) e poi sistemarli, tutto sotto una pioggia battente e mentre pensavo che il giorno precedente (31 ottobre) a Osaka c’era stata una mega festa-orgia di Halloween piena di giappine vogliose in minigonna a cui avevo dovuto rinunciare per questo lavoro.
Fortunatamente finito il supplizio, dato che il luogo della maratona successiva della combo non era lontano, ci concedemmo del tempo in un onsen dove recuperammo le forze.
Da quel giorno tutte le volte che il traguardo di una maratona si trova su un campetto di terra sudo freddo.

3a POSIZIONE: Le allucinazioni di Obuse (Nagano, 2008)
Tutte le altre posizioni sono occupate da tornei in cui il problema maggiore fu la pioggia, ma a Obuse la vera lotta fu contro il caldo estremo del luglio giapponese. Partimmo come al solito il giorno prima (per le maratone di solito sabato si fanno i test e domenica c’è la gara) con uno staff ben nutrito (sette persone) date le grosse dimensioni dell’evento (10mila partecipanti). L’orario della partenza fu abbastanza improbabile, le sei di mattina, ma non fu possibile altrimenti: si trattava di arrivare a Nagano in macchina entro le due di pomeriggio. Da Hyogo.
Con un notevole debito di sonno (ricordiamo che da lunedì a venerdì avevo anche lavorato) arrivai infine a Obuse. I test si rivelarono più lunghi del previsto, dovevamo settare anche un intermedio, e quando finalmente andammo a cena erano le dieci di sera. Come se non bastasse il giorno successivo la maratona sarebbe iniziata molto presto (sette di mattina se non ricordo male) perché vista la stagione era necessario evitare le ore più calde della giornata. Per noi significava essere lì alle cinque ergo partire alle quattro (l’albergo era a una discreta distanza) ergo svegliarsi circa alle tre (ad oggi record imbattuto). Quella notte dormii poco più di tre ore.
Il debito di sonno rischiò di diventare un default insostenibile. La fresca aria mattutina contribuì a svegliarmi, ma dopo qualche ora il caldo cominciò a farsi sentire. Sudai così tanto che per due giorni non ebbi bisogno di andare in bagno. A mezzogiorno cominciammo finalmente a sbaraccare tutto, alle due ripartimmo con l’intenzione di essere a casa per le undici, ma il traffico ci rallentò e tornammo a Takasago a mezzanotte passata.
Ero stanchissimo, ma avevo come politica quella di non dormire, anche per solidarietà verso chi guidava e per tenerlo sveglio (all’epoca non avevo ancora la patente nippa). Questo, assommato al pesante sonno arretrato, mi causò nel tratto da Kobe a Takasago delle vere allucinazioni da sonno (mi era capitato anche nel 2005 quando ero andato all’Evolution Festival). Ero sveglio, ma vedevo cose che non esistevano, i suoni si trasformavano  e diventavano voci, immagini dei due giorni passati mi apparivano davanti agli occhi. Uno stato allucinato.
Arrivai a casa poco prima dell’una e quella notte finalmente mi “concessi” sette ore di sonno prima ovviamente di cominciare una nuova settimana di lavoro.

2a POSIZIONE: Il grande diluvio di Ooita (Ooita, 2008)
Il mio primo kokutai, quanti ricordi. A Ooita il tifone si scatenò sul serio, al punto che il torneo di canoa, solitamente spalmato su quattro giorni, venne ristretto a tre diminuendo l’intervallo di tempo tra una gara e l’altra e allungando la giornata. Il terzo giorno oltre a questo surplus di lavoro dovemmo anche affannarci a sbaraccare tutto (non potevamo lasciare la roba lì col finimondo che stava per arrivare). Centinatia e centinaia di metri di cavi da riavvolgere sotto il diluvio con l’acqua fin dentro le mutande! Il vero incubo (lo sogno ancora oggi nelle notti tempestose) fu mettere a posto il cavo video dalla sala di comando al monitor per gli spettatori da solo (500 metri circa). Data l’inesperienza feci un gran casino arrotolandolo nel peggior modo possibile e alla fine ci volle un’ora e l’aiuto dei miei colleghi per completare l’impresa (la pioggia intanto batteva incessante).
Però il torneo era finito un giorno prima! E allora ci riposiamo no? No o meglio, tutti ma non Tonari. Tonari doveva andare anche al torneo di canottaggio quella volta per cui si pensò bene di farlo partire prima in modo da aiutare nei settaggi preliminari, obbligandolo comunque a svegliarsi alle sei per un’altra nuova eccitante settimana di gare. Il torneo di canottaggio fu comunque divertente, forse il più divertente finora, grazie alla grande allegria e amicizia con le liceali dello staff. Ma questa è una storia da raccontare dopo aver messo i bimbi a letto.

1a POSIZIONE: La tempesta perfetta di Niigata (Niigata, 2009)
La pioggia a Niigata fu solo la punta di un iceberg di rotture di coglioni. Il setting era lo stesso dell’anno precedente, ma non so perché questa volta i problemi si presentarono con più forza. La gara intanto si svolse sul mare e prima rottura di coglioni fu la marea che spostava le boe e ci costringeva a risettare l’altezza della camera e vabbé. La seconda rottura fu la necessità di spostare l’attrezzatura del traguardo dopo i primi due giorni per le gare dei 200 metri (le gare sono a 500m e 200m, ma di solito a essere spostata è la partenza che a noi tange molto meno). La terza fu la terrificante controluce sull’acqua che mi costrinse a numeri di equilibrismo per segnare bene le punte delle canoe sul software del photo finish, in aggiunta al fatto che il traguardo era molto lontano dalla torre dove era posta la camera e anche con un forte zoom lavorare non fu semplice.
E la quarta e peggiore piaga fu il nostro amico tifone presentatosi di nuovo alla porta il primo giorno di gare. Stavolta il casino fu totale: avevamo usato dei sacchi di plastica per difendere il tutto, ma non bastò. Gli apparecchi wifi di ricezione dello start si bagnarono e dopo poche gare il segnale non arrivò più (tragedia & sfacelo). Passammo una giornata ad adoperare lo start manuale, coi signorotti della federazione di canoa (comunque dei brav’uomini) che ci guardavano storto e io e il mio collega del photo finish che ci cagavamo addosso. A tutt’oggi, se sommiamo fatica fisica e stress mentale, Niigata fu il più duro torneo ever, una fiaba tenebrosa da raccontare ai propri nipotini davanti al fuoco di un camino.

La morale della favola è: la prossima volta che guardate una partita, una gara di atletica leggera, la Formula 1 o quel che è dedicate un pensierino anche a quei poveri cristi di tecnici che hanno reso possibile tutto ciò. Solo uno. Tanto per. Grazie.

Hakuryuko e la temibile terra
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Eh sì sono successe tante cose queste settimane (e tante ne stanno succedendo eheh ma ne riparleremo forse), un torneo di karate a Ishikawa, una maratona sempre a Ishikawa, alzate alle quattro e mezzo di mattina, natto alle sei (natto ♥), grande allegria.

Alcuni osservazioni a caso:

– il torneo di karate è andato meglio di quanto pensassi. Il software l’ho programmato io ed era la prima volta in assoluto che ci cimentavamo in questo sport per cui avevo già scenari apocalittici in testa. Niente di tutto ciò è accaduto.
A metà ottobre comunque, puntale come i momiji e le castagne, tornano i grandi bellissimi stupendi tornei di canoa, stavolta a Yamaguchi.

– ultimamente ho scoperto un negozio bello grande con una vasta scelta di vini proprio sulla strada da lavoro a casa. Di italiano c’è pochissimo, alcuni Chianti e relativa Riserva, vini da tavola mai sentiti e un Montepulciano d’Abruzzo Cerasuolo del 2006 molto sospetto (alla faccia dell’invecchiamento). In compenso ci sono altre cose curiose tipo un Pinot Nero rumeno e uno tunisino (sorgono domande su che senso abbia coltivare Pinot Nero in nord Africa, ma era inaspettatamente buono) e scaffali e scaffali dedicati alla Francia. Nonostante ciò ultimanete ho un po’ di sfortuna coi vini, becco grosse ciofeche difettose mah. Comunque forza yen che con la tua potenza ci abbassi il prezzo delle importazioni (intanto però le mele costano un euro l’una).

– ho due nuovi post su minube, l’albergo dove mi sono fermato per karate e la spiaggia di Maiko (niente giappine in costume vi avverto).

– il titolo del post si riferisce a questa canzone

Vita eccitante questa settimana. Come vi avevo scritto nell’ultimo post il tifone è arrivato e passato, lasciandomi il ricordo di una mattinata diversa dal solito e una lieve nostalgia di Venezia.
Non altrettanto bene è andata a un mio collega che abita sui monti un po’ più a nord: la sua casa e quella accanto del suocero sono state travolte da una frana e ora alcune parti (non tutte fortunatamente) sono inagibili. Lui e la sua famiglia stanno bene.
Il problema è che ora l’abitazione è piena di fango, così alcuni di noi sono andati (ieri e oggi) e andranno (domani) ad aiutarlo. A spalare c’erano anche conoscenti e colleghi del suocero, niente pompieri et similia se non sporadicamente per portare via parti impossibili da muovere a mano.

Questa è più o meno la situazione

Oggi sono andato dunque a spaccarmi la schiena. I lavori era già avanti, ma c’era ancora parecchia terra da rimuovere, così fino alle quattro di pomeriggio queste braccia da troppo tempo rubate sono state restituite al loro legittimo strumento: la pala. E’ un’attività che consiglio a tutti quelli che vogliano allenare bicipiti, lombari e anche un po’ di addominali. Da notare anche una cospicua presenza di cacca di gatto tra la melma, tanta al punto che dopo un po’ ho cominciato a sperare di trovare lo stesso gatto, travolto e stecchito, maledetto bastardo.
Mentre lavoravo mi è venuto anche in mente questo video e relativa canzone.


Allo stato attuale delle cose quasi tutti i locali interni sono agibili, restano alcuni lavori più di fino (è per questo che vado anche domani, con la mia mano fatata ideale per raccogliere merda). Di completamente inagibile c’è solo uno stanzino pieno di detriti di dimensioni troppo grosse (la terza foto), quello si farà in futuro forse.

Sui giornali giapponesi (non so la tv, non la guardo) ultimamente tiene banco la questione della carne bovina radioattiva.

In soldoni, della paglia radioattiva proveniente da Miyagi, Fukushima e Iwate è andata a finire nelle mangiatoie di svariate centinaia di bovini, che sono stati trasportati in giro per il Giappone per essere macellati e la cui carne è stata infine regolarmente venduta dio sa dove (i dati al momento riportano solo le prefetture in cui è finita). Nessuno è abbastanza lontano dal problema: carne cresciuta a paglia e cesio (134 o 137 non è dato sapere) è stata venduta persino a Kyoto, Hiroshima e Nishinomiya (Hyogo, qui dietro l’angolo).

Al 20 luglio, le prefetture in cui è stata spedita la carne di bovini che si sono cibati di paglia radioattiva. Dall'alto: Iwate, Akita, Yamagata, Miyagi, Fukushima, Niigata, Gunma, Shizuoka, Tochigi. Da lì la carne è finita anche altrove. Nella colonna a destra la prefettura di provenienza della paglia: Iwate, Miyagi, Fukushima e ancora Miyagi.

I casi in cui sia stata accertata la radioattività della stessa carne sono ancora pochi (si parla di qualche centinaio di chili) ed è stata bandita la vendita di carne bovina di Fukushima. Ma non mi rallegrerei troppo.

Dov'è stata venduta la carne contenente cesio oltre i limiti legali (in chili): in breve, da destra in alto in senso orario, Hokkaido, Tokyo, Kanagawa, Shizuoka, Aichi, Osaka, Kouchi e Tokushima.

Oh certo le quantità sono minime, non mi crescerà un terzo braccio va bene. E in Germania, pare, c’è chi è morto mangiando germogli di soia pensate un po’. Tuttavia questi sono discorsi fattibili se la vicenda è temporanea, se la vita dopo un po’ torna sui soliti binari. A chi va di vivere in un Paese dove prima o poi “può capitare” di mangiare carne cresciuta a paglia radioattiva? Soprattutto a chi va di crescerci dei figli? Portali fuori a cena allo yakiniku e poi oh se si beccano un po’ di cesio radioattivo via, è in quantità minime. Eh sì grazie, sticazzi però. Roba che la tanto snobbata carne australiana e americana del supermercato ultimamente sta quasi diventando una garanzia.
A casa si può anche fare attenzione, ma che facciamo smettiamo di mangiare fuori per qualche anno? Neanche più un gyuudon in pausa pranzo? Non andiamo più a casa di nessuno?

E’ questo il fatto: non riesco a inquadrare, o forse non è ancora chiaro a nessuno, l’orizzonte del problema.
Sono già passati quattro mesi. Tra un anno sarà tutto a posto e staremo ironizzando sulla vicenda? Oppure ne verranno fuori altre? Ieri gli spinaci, oggi la carne. Domani il riso? Il thé? Finché la situazione è passeggera bene, sono adulto, celibe, bambini non ne ho, stiamo un minimo attenti e tiriamo avanti. Niente panico. Ma quanto durerà questa incertezza?

Non invito a fughe precipitose (ci mancherebbe), ma non sono tranquillo e mi stupisce un po’ che nessuno di quelli che hanno fatto (giustamente) quadrato attorno al Giappone quando c’erano da sfatare le balle raccontate dai giornali italiani abbia trattato l’argomento, anche per ridimensionarlo.

Chiudo con una nota di colore: sapete quest’anno dove si svolgono gli interhigh? Proprio nel Tohoku (canoa a Miyagi tra l’altro). E per la prima volta da molti anni la nostra azienda non è riuscita ad aggiudicarsi neanche un torneo, neanche uno, niente canoa, canottaggio, tiro con l’arco o kendo.

Non mi straccerò le vesti.

Immagino di dover scrivere qualche riga sulla questione terremoto.
Per chi ancora non ne fosse a conoscenza o non si fosse accorto della breaking news dell’ultimo post, STO BENE come sempre. Takasago è a centinaia di chilometri dall’epicentro (800 circa). Anche il pericolo tsunami è da escludere: la costa del Banshuu orientale, che è la zona del Kansai dove mi trovo, è protetta su tutti i lati dalle isole di Shikoku e Awaji quindi prima che arrivi uno tsunami qui deve scatenarsi un cataclisma alla Deep Impact.
Insomma qui non è successo nulla, l’ufficio ha solo oscillato lievemente (addirittura me ne sono accorto dopo che un mio collega me lo ha fatto notare). L’unico effetto posteriore è stato l’annullamento della maratona a cui avrei dovuto lavorare domenica a Kouchi per l’allerta tsunami.

Al momento qui non c’è nessun allarme, nessun razionamento, niente di niente, la vita continua come sempre. Mi è arrivata solo una mail a catena, nella quale si invita al risparmio della corrente in modo che le centrali di qui possano soccorrere quelle del Kanto per quanto possono.
Personalmente, vista la questione radiazioni, per un po’ mi terrò alla larga dai prodotti freschi del Tohoku e farò scorta di viveri per ogni evenienza.

Grazie a tutti quelli che si sono preoccupati, dal vostro inviato a Hyogo è tutto, linea allo studio.