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Il Giappone che non t’aspetti

Che stupore Takasago, quando sei qui da tre anni e pensi ma che città di merda anonima e grigia senza niente, solo distese di case punteggiate da supermercati e conbini ecco che scopri che a due passi da qui, proprio dietro casa, ci sarebbe nato Miyamoto Musashi e il suo figlio adottivo Iori.

Oltre a ciò scopro anche che a Takasago, precisamente al Takasago Jinja, è nata un canto eseguito durante i matrimoni tradizionali giapponesi che serve ad augurare una vita felice alla coppia.
Comincio a sospettare che a portarmi qui non sia stato il caso, ma imperscrutabili forze cosmiche all’opera all’insaputa dell’umanità.

Vita eccitante questa settimana. Come vi avevo scritto nell’ultimo post il tifone è arrivato e passato, lasciandomi il ricordo di una mattinata diversa dal solito e una lieve nostalgia di Venezia.
Non altrettanto bene è andata a un mio collega che abita sui monti un po’ più a nord: la sua casa e quella accanto del suocero sono state travolte da una frana e ora alcune parti (non tutte fortunatamente) sono inagibili. Lui e la sua famiglia stanno bene.
Il problema è che ora l’abitazione è piena di fango, così alcuni di noi sono andati (ieri e oggi) e andranno (domani) ad aiutarlo. A spalare c’erano anche conoscenti e colleghi del suocero, niente pompieri et similia se non sporadicamente per portare via parti impossibili da muovere a mano.

Questa è più o meno la situazione

Oggi sono andato dunque a spaccarmi la schiena. I lavori era già avanti, ma c’era ancora parecchia terra da rimuovere, così fino alle quattro di pomeriggio queste braccia da troppo tempo rubate sono state restituite al loro legittimo strumento: la pala. E’ un’attività che consiglio a tutti quelli che vogliano allenare bicipiti, lombari e anche un po’ di addominali. Da notare anche una cospicua presenza di cacca di gatto tra la melma, tanta al punto che dopo un po’ ho cominciato a sperare di trovare lo stesso gatto, travolto e stecchito, maledetto bastardo.
Mentre lavoravo mi è venuto anche in mente questo video e relativa canzone.


Allo stato attuale delle cose quasi tutti i locali interni sono agibili, restano alcuni lavori più di fino (è per questo che vado anche domani, con la mia mano fatata ideale per raccogliere merda). Di completamente inagibile c’è solo uno stanzino pieno di detriti di dimensioni troppo grosse (la terza foto), quello si farà in futuro forse.

Mesi fa avevo parlato della rinnovata speranza che il concorso Miss Keio 2010 alla fin fine si tenesse, dati un twitter e un dominio registrato a tal nome. Ricordiamo che l’evento era finito nell’occhio del ciclone dopo che alcuni buontemponi del Keio University Advertising Club, quello che organizza la competizione, avevano avuto la bella idea di correre nudi per le strade di Hiyoshi.

Qualche tempo dopo aver scritto il post però mi ero accorto di un annuncio del suddetto club, in cui si parla a chiare lettere di “sospensione a tempo indeterminato”, e la cosa mi aveva fatto molto pensare, così come mi avevano fatto pensare il fatto che il twitter fosse rimasto silente e il sito completamente vuoto.

Oggi la conferma: il sito è ancora una desolante pagina bianca, mentre il twitter è scomparso (probabilmente da una settimana, quando la notizia della sospensione è stata confermata e pubblicata da più parti, diventando di dominio pubblico).

Rendiamoci conto: il mito o i miti dietro tale manovra hanno usato questa storia per fingersi staff dell’organizzazione, ricevere tramite Twitter mail su mail di ragazze aspiranti miss (corredate di indirizzo, numero di telefono, mail e ovviamente foto) e poi scappare col bottino una volta raggiunta la presunta data di scadenza.
Non mi stupirei se fossero gli stessi paraculi nudi che han combinato il macello, magari pianificando tutto dall’inizio.

Adesso io sono un po’ triste che Miss Keio quest’anno non si terrà e disprezzo questi sciacalli, però sotto sotto non posso fare a meno di provare una certa ammirazione per la trovata e i risultati che avrà sortito. :D
Scherzi a parte se è andata come il mio fiuto mi suggerisce siamo di fronte a robe grosse. Sono curioso di vedere se verrà fuori qualcosa.

In ogni caso ecco una ricostruzione secondo Tonari dei materiali sui quali i misteriosi organizzatori potrebbero aver messo le mani (ringrazio Bruno Vespa per il plastico).

Tra parentesi io avrei votato la prima.

Lunedì, a cena, sono andato al kaitenzushi vicino al Max Value, da solo. Il locale era stranamente pieno e sono capitato al bancone a fianco a un anziano signore e sua moglie (a vederli circa 60 anni).
L’uomo ha cominciato ad attaccare bottone, io ero stanco dopo una giornata di lavoro e avevo solo voglia di mangiare sushi in santa pace, però ho pensato che da incontri del genere a volte scaturiscono cose interessanti e mi ci sono messo a parlare.

Pare siano una coppia i cui figli ormai vivono lontani (uno addirittura nel New Jersey), lui poliziotto (prossimo alla pensione) e lei casalinga. Il signore in particolare mi ha preso in simpatia, soprattutto dopo avergli detto che sono qui da un paio d’anni, conduco giocoforza una vita un po’ solitaria (zero stranieri, cittadina mezza morta, un orsetto di nome Wilson), non ho una famiglia (almeno non qui).
Allora ha insistito per offrirmi la cena (“In cambio una sera vieni a
sistemarmi il computer, che non riesco a vederci i dvd”), ci siamo scambiati i numeri di telefono e mi ha detto di chiamarlo per qualunque cosa, tipo se ho un incidente o cose del genere. Questo weekend pare vada a Nagano (sono appassionati di hiking), ma prossimamente vuole portarmi in qualche posticino nascosto nelle pieghe di Takasago a bere qualcosa.

Vedremo se la cosa avrà sviluppi curiosi. Ecco un video beneagurante.

In Giappone qualunque entità può avere una mascotte.

Ce l’ha la mia azienda

Ce l’ha Takasago

Ce ne sono di かわいい

Tokki e Kippi, mascotte del festival sportivo nazionale di Niigata.

di simpatici

Hikonyan, mascotte della prefettura di Hikone. Forse il mio preferito.

di poco riusciti

La mascotte del festival sportivo di Chiba. Veramente non si poteva fare di meglio?

Il peggiore però è quello della prefettura di Nara, Sento-kun.

Orrendo, non ci sono altre parole.

Cioè guardatelo. Un Buddha con le corna da cervo. E qualcuno è stato pagato per questo. Magari vi diranno che non è vero, non è buddha, è solo un bambino cornuto (come fa Wikipedia). Cazzate: quello è Buddha e ha le corna, perché a Nara c’è il grande Buddha e nel parco di Nara girano cervi in libertà per la gioia di turisti grandi e piccini.

Ma non vi scandalizzate se la religione è per voi argomento sensibile: potrebbe esserci di peggio. Potrebbe esserci un manga in cui Buddha e Gesù convivono nella Tokyo odierna, dove il primo è bravo nelle faccende di casa e il secondo gongola quando le ragazze gli dicono che somiglia a Johnny Depp. (doveva essere scritto in qualche vangelo apocrifo :D)
Chissà quando lo pubblicheranno in Italia, non vedo l’ora :D

Premessa: per quei pochi all’ascolto che ancora non sanno cosa sia il nanpa, tale parola indica l’abbordaggio, il beccare, solitamente ragazze da parte di ragazzi. Il contrario, quando cioè ci prova la donna, viene detto gyakunan, da gyaku “contrario” e nan di nanpa, nanpa al contrario. Mi dicono ne sia stato avvistato uno a Sannomiya anni fa, ma data l’intraprendenza delle giapponesi molti ritengono sia solo un evento leggendario come il diluvio universale e la costruzione della torre di Babele.

Premessa 2: il nanpa di cui parlo non riguarda me.

Cominciamo.

L’altra settimana sono andato al mare e già qui si potrebbe aprire una prima parentesi sui giapponesi e il loro rapporto con la spiaggia.
E’ incredibile come i giapponesi riescano a creare delle tacite regole anche quando non c’è bisogno di nessuna regola: in Giappone si va al mare da metà a luglio a fine agosto (31). E basta. Al di fuori di questi periodi le spiagge sono semideserte (e molti dei pochi sono stranieri). La stessa idea di andare suona alle loro orecchie quantomeno bizzarra (“Ancora è freddo” ti dicono, “Forse in Siberia” pensi tu). Va bene che c’è la stagione delle pioggie che rompe un po’ l’estate oltre che i maroni, ma vedi che il fine settimana ci son quasi 30 gradi e che fai, non vai? No evidentemente.
Sorvoliamo su altri argomenti quali le ragazze che vanno in spiaggia vestite perché si vergognano (pessime, questione già affrontata in passato) e quelle che tacco alto e trucco sembra stiano andando a battere (l’italiano effettivamente qui rischia un po’ l’infarto, ne riparleremo magari quando sarà stagione) se no divaghiamo troppo.

Insomma sono andato al mare ed eravamo in tre, due ragazzi e una ragazza, tutti italiani. I locali sulla spiaggia che tra un paio di mesi brulicheranno di vita non erano ancora nemmeno in piedi, c’erano giusto le ruspe (ogni anno vengono tirati su e poi smontati a settembre). Ci siamo piazzati coi nostri asciugamani in un punto vista mare a sud e vista cellulite germanica a est. Ragazzi, niente contro le tedesche, ne conoscevo una veramente bellina alla Keio, ma mi ero davvero dimenticato di quanta buccia d’arancia potesse esistere su un sedere femminile. Dovete infatti sapere che le giappe, anche magari quelle non proprio in forma, quanto a cellulite hanno raramente grossi problemi. Il perché è un mistero al vaglio di una apposita commissione, ma gli studi non progrediscono molto a causa della dovizia con cui vengono raccolti i dati. Diciamo che si è troppo impegnati a “toccare con mano il problema”.
Ma sto nuovamente divagando.

Le tre teutoniche di cui sopra sono state abbordate da tre giapponesi, non vi stupite, i giappi son timidi, ma al mare non è infrequente che succeda. Ho potuto dunque nuovamente ammirare la finezza con cui gli indigeni avvicinano le ragazze.
Il giapponese infatti:

– si avvicina
– scambia due chiacchiere con le tipe per vedere che aria tira

E fin qui niente di diverso, ma ora la strada si biforca. Un italiano con una certa dignità dopo un po’ si toglie. Il giapponese invece

– si piazza lì.

Quando dico “si piazza lì” intendo proprio che il tamarro di turno anche se non cagato di striscio dalle povere malcapitate si ferma, si siede, magari comincia a prenderti le cose, il giornale, il libro e via così. Io non so se ciò vuole essere un fare finta di non capire oppure un non capire veramente che si stanno scassando le balle.
E può andare avanti per delle mezzore. Nel nostro caso  il tentativo si è concluso con l’arriva di altre tre giappine, ben più belline, ma anche un po’ più rincoglionitine, conquistate dal fatto che sti tre avessero delle moto d’acqua, su cui sono state portate a spasso con gridolini estasiati e risatine eccitate. Il cambio di obbiettivo è stato comunque un voltafaccia memorabile, con le tetesche dimenticate da un secondo all’altro, per loro immagino sollievo.

Alla fine comunque neanche ste tre gliel’hanno data: dopo un paio di giri e i brokers di questa parte della spiaggia che davano a 1.55 la buona riuscita del nanpa, le tre giappe se ne sono andate via bellamente con tanti saluti, segno che forse proprio sceme non erano o magari che ai tre puzzava l’alito, il che spiegherebbe molte cose.

Al di là del fatto che l’estate scorsa a Suma mi hanno rubato il portafoglio e al di là delle mie vicissitudini più o meno recenti con l’altro sesso, vorrei fornire un’ulteriore prova a favore della teoria che sto elaborando in questi ultimi tempi, secondo cui in realtà non vi sto scrivendo dal Giappone, ma da un Paese che gli assomiglia molto o addirittura da una dimensione parallela.

Domenica ero bello tranquillo che mi facevo le mie cose. Mi ero appena alzato, saranno state le nove, e stavo facendo colazione con marmellata e cereali (!). Ad un certo punto suonano alla porta. Dal videocitofono vedo due persone. Ancora con le caccole del sonno e i capelli in disordine vado ad aprire e mi ritrovo davanti un signore e una signora.
I due ovviamente si stupiscono molto della presenza di uno straniero a Takasago, ma mi allungano un opuscolo e cominciano a parlarmi…

… della Bibbia.

Venuti a sapere della mia provenienza, il signore tira fuori un libretto scritto in varie lingue e mi fa leggere una pagina in italiano.

Testimoni di Geova. In Giappone. A Takasago.

E fermi tutti: è la seconda volta che vengono a bussarmi alla porta. La prima era stata tempo fa, una mamma col figlioletto, ma avevo fatto spallucce alla curiosità dell’evento. Chissà che non siano passati altre volte quando non c’ero.

Il tipo comincia a spiegarmi un po’ di cose sulla sua religione, ma io lo interrompo dicendo che essendo italiano ne so abbastanza, ce ne parlano fin da piccoli. Il signore si stupisce: davvero? Io mi stupisco che il signore si stupisca: vabbè che non sei cattolico, ma almeno lo saprai che a Roma c’è il papa no?
In ogni caso gli faccio capire molto cortesemente che non sono interessato, prendo l’opuscolo per farlo contento e mi congedo tra sorrisi e inchini.
Do un’occhiata alla copertina: “L’inferno è un luogo da temere?”

Stavolta ero già alzato, ma io mi auguro che non gli capiti mai di venirmi a suonare mentre dormo, altrimenti potrebbero scoprirlo.