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Archivio mensile:ottobre 2011

La serata prevede:

– visione del tradizionale cartone animato Walt Disney:

(adoro la risata bastarda di Paperino)

– degustazione e successivo sbevazzamento di vino rumeno Clos Buzao di Dealu Mare (sì ok non essendo Transilvania è un po’ come ricordare la presa di Porta Pia con un Picolit ma non sottilizziamo)

gran finale con cosplay da streghetta comprato al Donki Hotte di mia mo dialogo sui massimi sistemi, l’universo e ciò che c’è oltre.

Vi lascio coi Death SS che gli Helloween dai sono troppo scontati e anche un po’ gay anche se essendo io power gay metaller potrebbero pure andare

(mi dicono che le feste di Halloween a Osaka sono più o meno così. Io chiaramente pure stavolta lavoravo)

Che stupore Takasago, quando sei qui da tre anni e pensi ma che città di merda anonima e grigia senza niente, solo distese di case punteggiate da supermercati e conbini ecco che scopri che a due passi da qui, proprio dietro casa, ci sarebbe nato Miyamoto Musashi e il suo figlio adottivo Iori.

Oltre a ciò scopro anche che a Takasago, precisamente al Takasago Jinja, è nata un canto eseguito durante i matrimoni tradizionali giapponesi che serve ad augurare una vita felice alla coppia.
Comincio a sospettare che a portarmi qui non sia stato il caso, ma imperscrutabili forze cosmiche all’opera all’insaputa dell’umanità.

E così è finito anche questo festival dello sport 2011, siamo andati a Yamaguchi, ci siamo fermati nel solito ryokan sperduto che a colazione serve alghe, riso e pescetti e siamo tornati (domenica). Non ci sono stati grossi problemi, se vogliamo escludere una fastidiosa pioggia nel secondo giorno di test (quello appena precedente le gare, che si sono svolte dal 5 all’8). L’acqua e il bisogno di proteggere la camera sulla torre del photo finish, unitamente alle copiose bestemmie, mi hanno fatto tornare in mente i più duri tornei del passato, al punto da arrivare a stilarne una classifica che voglio qui condividere con i miei piccoli lettori.

Io lavoro in cima

5a POSIZIONE – Il super tifone di Niigata (Niigata, 2008)
Del mitico torneo di canoa di Niigata 2008 (il reharsal del festival dello sport 2009) mi sembra di averne parlato anche in uno dei due podcast che registrai all’epoca. Alcune considerazioni me le riservo per quando parlerò del torneo dell’anno successivo (più in alto in classifica), ma grande protagonista fu la pioggia infernale. Dovete sapere che i giapponesi hanno la brutta abitudine di tenere questi festival sportivi a fine settembre, giusto giusto quando arrivano i tifoni (quest’anno però siamo stati graziati). A farne le spese i poveri tecnici ma anche i partecipanti: ci fu un momento in cui le gare si erano trasformate in autentiche lotte per la sopravvivenza, con sole due canoe su nove capaci di giungere all’arrivo senza ribaltarsi in acqua (uno spettacolo spassoso devo ammetterlo, poi per un po’ sospesero le gare con mio disappunto).
Di questo torneo ho una nitida immagine di me sotto la pioggia furiosa che urlo a un mio collega “Più a destraaaa!” mentre intorno a me acqua e vento infuriano. Mi sono sentito come su una nave in tempesta, ma quando ci ripenso rido: fu quasi divertente.

4a POSIZIONE: Le sabbie mobili di Hakuryuko (Hiroshima, 2009)
In quei giorni (inizio novembre) Tonari si trovava nella prefettura di Hiroshima a lavorare per una combo di due maratone di seguito: Hakuryuko e Hiroshima Kokusai Heiwa. In mia compagnia anche S. e W., entrambi famosi come “ame no otoko”, uomini della pioggia, persone la cui presenza richiama la pioggia come una calamita.
Il primo giorno sembrò quasi smentire questa voce, tra l’altro il nostro ryokan era vicino al posto della gara e questo vuole sempre dire importanti minuti di sonno guadagnato. Anche la mattina della gara all’inizio spuntò un timido sole, ma già verso le undici cominciarono a piovere gosse gocce. Il problema di Hakuryuko è che il traguardo si trova su uno di quei tipici campetti fatti di terra. Bastò poco e tutto si trasformò in un terrificante pantano.
In breve, la pioggia arrivò e non smise fino a sera. Ciò significò lottare contro l’acqua e la terra che nel frattempo si era tramutata in poltiglia per far sì che i macchinari non si bagnassero. La parte più dura però fu mettere tutto a posto e caricare i tappeti (usati al traguardo per prendere il tempo finale) sul furgoncino: pesanti già di loro e pesantissimi perché impregnati d’acqua, andarono prima lavati tutti e otto (non potevamo metterli su pieni di fango o avrebbero lasciato una merda completa) e poi sistemarli, tutto sotto una pioggia battente e mentre pensavo che il giorno precedente (31 ottobre) a Osaka c’era stata una mega festa-orgia di Halloween piena di giappine vogliose in minigonna a cui avevo dovuto rinunciare per questo lavoro.
Fortunatamente finito il supplizio, dato che il luogo della maratona successiva della combo non era lontano, ci concedemmo del tempo in un onsen dove recuperammo le forze.
Da quel giorno tutte le volte che il traguardo di una maratona si trova su un campetto di terra sudo freddo.

3a POSIZIONE: Le allucinazioni di Obuse (Nagano, 2008)
Tutte le altre posizioni sono occupate da tornei in cui il problema maggiore fu la pioggia, ma a Obuse la vera lotta fu contro il caldo estremo del luglio giapponese. Partimmo come al solito il giorno prima (per le maratone di solito sabato si fanno i test e domenica c’è la gara) con uno staff ben nutrito (sette persone) date le grosse dimensioni dell’evento (10mila partecipanti). L’orario della partenza fu abbastanza improbabile, le sei di mattina, ma non fu possibile altrimenti: si trattava di arrivare a Nagano in macchina entro le due di pomeriggio. Da Hyogo.
Con un notevole debito di sonno (ricordiamo che da lunedì a venerdì avevo anche lavorato) arrivai infine a Obuse. I test si rivelarono più lunghi del previsto, dovevamo settare anche un intermedio, e quando finalmente andammo a cena erano le dieci di sera. Come se non bastasse il giorno successivo la maratona sarebbe iniziata molto presto (sette di mattina se non ricordo male) perché vista la stagione era necessario evitare le ore più calde della giornata. Per noi significava essere lì alle cinque ergo partire alle quattro (l’albergo era a una discreta distanza) ergo svegliarsi circa alle tre (ad oggi record imbattuto). Quella notte dormii poco più di tre ore.
Il debito di sonno rischiò di diventare un default insostenibile. La fresca aria mattutina contribuì a svegliarmi, ma dopo qualche ora il caldo cominciò a farsi sentire. Sudai così tanto che per due giorni non ebbi bisogno di andare in bagno. A mezzogiorno cominciammo finalmente a sbaraccare tutto, alle due ripartimmo con l’intenzione di essere a casa per le undici, ma il traffico ci rallentò e tornammo a Takasago a mezzanotte passata.
Ero stanchissimo, ma avevo come politica quella di non dormire, anche per solidarietà verso chi guidava e per tenerlo sveglio (all’epoca non avevo ancora la patente nippa). Questo, assommato al pesante sonno arretrato, mi causò nel tratto da Kobe a Takasago delle vere allucinazioni da sonno (mi era capitato anche nel 2005 quando ero andato all’Evolution Festival). Ero sveglio, ma vedevo cose che non esistevano, i suoni si trasformavano  e diventavano voci, immagini dei due giorni passati mi apparivano davanti agli occhi. Uno stato allucinato.
Arrivai a casa poco prima dell’una e quella notte finalmente mi “concessi” sette ore di sonno prima ovviamente di cominciare una nuova settimana di lavoro.

2a POSIZIONE: Il grande diluvio di Ooita (Ooita, 2008)
Il mio primo kokutai, quanti ricordi. A Ooita il tifone si scatenò sul serio, al punto che il torneo di canoa, solitamente spalmato su quattro giorni, venne ristretto a tre diminuendo l’intervallo di tempo tra una gara e l’altra e allungando la giornata. Il terzo giorno oltre a questo surplus di lavoro dovemmo anche affannarci a sbaraccare tutto (non potevamo lasciare la roba lì col finimondo che stava per arrivare). Centinatia e centinaia di metri di cavi da riavvolgere sotto il diluvio con l’acqua fin dentro le mutande! Il vero incubo (lo sogno ancora oggi nelle notti tempestose) fu mettere a posto il cavo video dalla sala di comando al monitor per gli spettatori da solo (500 metri circa). Data l’inesperienza feci un gran casino arrotolandolo nel peggior modo possibile e alla fine ci volle un’ora e l’aiuto dei miei colleghi per completare l’impresa (la pioggia intanto batteva incessante).
Però il torneo era finito un giorno prima! E allora ci riposiamo no? No o meglio, tutti ma non Tonari. Tonari doveva andare anche al torneo di canottaggio quella volta per cui si pensò bene di farlo partire prima in modo da aiutare nei settaggi preliminari, obbligandolo comunque a svegliarsi alle sei per un’altra nuova eccitante settimana di gare. Il torneo di canottaggio fu comunque divertente, forse il più divertente finora, grazie alla grande allegria e amicizia con le liceali dello staff. Ma questa è una storia da raccontare dopo aver messo i bimbi a letto.

1a POSIZIONE: La tempesta perfetta di Niigata (Niigata, 2009)
La pioggia a Niigata fu solo la punta di un iceberg di rotture di coglioni. Il setting era lo stesso dell’anno precedente, ma non so perché questa volta i problemi si presentarono con più forza. La gara intanto si svolse sul mare e prima rottura di coglioni fu la marea che spostava le boe e ci costringeva a risettare l’altezza della camera e vabbé. La seconda rottura fu la necessità di spostare l’attrezzatura del traguardo dopo i primi due giorni per le gare dei 200 metri (le gare sono a 500m e 200m, ma di solito a essere spostata è la partenza che a noi tange molto meno). La terza fu la terrificante controluce sull’acqua che mi costrinse a numeri di equilibrismo per segnare bene le punte delle canoe sul software del photo finish, in aggiunta al fatto che il traguardo era molto lontano dalla torre dove era posta la camera e anche con un forte zoom lavorare non fu semplice.
E la quarta e peggiore piaga fu il nostro amico tifone presentatosi di nuovo alla porta il primo giorno di gare. Stavolta il casino fu totale: avevamo usato dei sacchi di plastica per difendere il tutto, ma non bastò. Gli apparecchi wifi di ricezione dello start si bagnarono e dopo poche gare il segnale non arrivò più (tragedia & sfacelo). Passammo una giornata ad adoperare lo start manuale, coi signorotti della federazione di canoa (comunque dei brav’uomini) che ci guardavano storto e io e il mio collega del photo finish che ci cagavamo addosso. A tutt’oggi, se sommiamo fatica fisica e stress mentale, Niigata fu il più duro torneo ever, una fiaba tenebrosa da raccontare ai propri nipotini davanti al fuoco di un camino.

La morale della favola è: la prossima volta che guardate una partita, una gara di atletica leggera, la Formula 1 o quel che è dedicate un pensierino anche a quei poveri cristi di tecnici che hanno reso possibile tutto ciò. Solo uno. Tanto per. Grazie.

Hakuryuko e la temibile terra