Cristo si è fermato a Takasago

C’è una nuova chiesa cristiana (non ho idea di quale confessione) vicino alla stazione.

La sua croce spicca alta e fosforescente nella grigia distesa di mansion takasaghesi (che raramente vanno oltre il secondo piano di altezza).

In una città dove dopo tre anni dietro qualche angolo scopro ancora dei simpatici tempietti sconosciuti, la prima cosa che ho pensato vedendola è stata:

“Urusai”

che non è intraducibile come parola, ma in italiano non rende bene l’idea. “Rumoroso” è la traduzione applicabile nella maggioranza dei casi, ma qui non c’è nessun rumore (fanno molto più casino quei cazzo di tamburi durante l’aki matsuri del quartiere, tra prove e festa quest’anno c’è stata una settimana in cui avrei voluto strozzare tutti i suonatori – e a me il suono del taiko piace -). Potrei dire un “vistoso”, “appariscente”, ma sempre in senso fastidioso.

Poi ho pensato:

“Bah”

E infine:

“Spero che ciò non porti un aumento delle visite dei testimoni di geova al mio covo.” (poveri ormai hanno un po’ abbandonato le speranze)

Gli evangelizzatori non fanno per me.

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