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Archivio mensile:luglio 2010

Mai letto niente di più spassoso

Ahahah… organismi internazionali, settore editoriale… AHAHAHAH!

Ma perché c’è gente che mette ancora in giro una tale sequela di stronzate?
Dove stanno ste opportunità dove?? Questo è abuso della credulità popolare, queste parole (le stesse che trovate sulle varie guide di facoltà) dovrebbero essere messe fuorilegge e gli autori legati in ceppi e deportati nelle miniere di sale!!! Queste parole hanno rovinato generazioni di giovani perdio!! GENERAZIONI!!! Giovani ingenui certo, e di ciò ognuno deve prendersi la sua responsabilità, ma che hanno avuto l’unica colpa di fidarsi di queste righe e sognare un futuro splendido!!!
110 alla triennale, 110 e lode alla specialistica e un anno di corso di lingua all’università Keio (la Keio cazzo, chiedete a qualunque giapponese che ne pensa della Keio!!) da cui sono uscito col massimo dei voti e do cazzo stavano tutte ste aziende e organizzazioni pronte ad aprire le braccia, dove??? Chi me li ridà i giorni spesi a impazzire per preparare 9 esami alla leggendaria sessione del 2002!!! DITEMELO VOI DEL CENSIS CAZZO!!!
QUALCUNO DEVE FERMARLI!!!

E sì che mi considero una persona baciata dalla sorte a lavorare in Giappone senza essere né cameriere né insegnate di lingua (mestieri in cui non ritengo vi sia molta possibilità di crescita professionale, almeno per gli orientalisti), un posto ottenuto lasciandomi tutto alle spalle e dovendo imparare da capo un nuovo mestiere. Giorni di sangue e solitudine cazzo, altro che turismo culturale!!!
Meno male che oggi esiste internet e le cose man mano vengono a galla.

E se come leggo su università.it, la classifica del Censis si basa su

* La produttività, ovvero la capacità degli studenti iscritti a quel corso di laurea di portare a termine il ciclo di studi nei tempi prestabiliti
* La ricerca, ossia la capacità di una facoltà di realizzare progetti di ricerca scientifica
* La didattica, ossia l’adeguatezza dell’offerta formativa e degli insegnamenti impartiti rispetto alla disponibilità di docenti e strutture
* I rapporti esteri, ovvero la misurazione del grado di apertura alle relazioni internazionali di studenti e docenti

vuol dire che questa valutazione non ha senso!!! Il valore di una università si basa sul pane che riesce a darti dopo, sul ritorno dell’investimento monetario e di tempo che tu e chi ti mantiene fate!!! Il resto possono essere elementi che contribuiscono, ma l’obbiettivo finale deve essere quello!

Perché sarà pure vero che Albino ride ultimo, ma è anche più vero che gli orientalisti sono più vittime di cialtroni che carnefici di ingegneri dall’ascella pezzata.

Ma così è e ora guardiamo avanti.

– E’ questa la conclusione a cui sono giunto domenica al mare insieme a un giapponese e a un italiano (mentre col secondo si andava a intessere rapporti sociali, il primo stava per i cazzi suoi a fare non so cosa)

– E’ questa la conclusione a cui sono giunto durante il viaggio aziendale in Corea, quando io volevo andare in giro per disco club e affini e i miei colleghi (la maggioranza tra i 25 e i 30 anni) preferivano giocare al casino o bere.

– E’ questa la conclusione a cui giungo ogni giorno quando a tenere banco nelle pause dal lavoro sono le discussioni sulle squadre di Winning Eleven, mentre la patata è confinata nella rubrica “curiosità del mondo” (sicuramente alcuni qui hanno visto più diavoli della Tasmania che fica in vita loro).

Adesso, noi italiani forse siamo esagerati. Ma povere giapponesi.

Eravamo rimasti alla tipa che mi aveva detto di conoscere una sola parola di italiano: pompino.

Ma signori miei, vi pare che io 5 anni fa tanto gentile e tanto onesto com’ero in quel di Tokyo avessi mai potuto rispondere B? Ovviamente risposi A, ci facemmo qualche risata e la cosa finì lì. Ero un ragazzo serio all’epoca, mica lo stronzo rancoroso e doppiogiochista che sono diventato con gli anni.

Rimane comunque un aneddoto curioso e simpatico che amo spesso ricordare, come tanti altri del resto, tipo quella notte del 23 dicembre che completamente ubriaco dormii nei cessi di Kamakura, ma vabbé lasciamo perdere, com’è bella giovinezza che si fugge tuttavia, chi vuol esser lieto sia e nun scassi ‘u cazz a mìa.

C’è un simpatico aneddoto dei tempi della Keio che non ho mai raccontato sul blog.

Riguarda una certa Kazue con cui facevo conversazione nel primo semestre e l’ho sempre taciuto perché la mia morosa dell’epoca già le giapponesi le avrebbe affettate tra atroci tormenti una a una (ricordo per esempio che c’era un gioco in java per cui andava matta in cui dovevi prendere a schiaffi delle giapponesi, era diventata una vera campionessa), se mi mettevo pure a parlarne finiva con l’affettare anche me. E poi in quel periodo in particolare non volevo rinfocolare l’odio.

Tokyo, novembre 2005.

Tonari è nel meriggio della sua gloria, il Giappone è un posto bellissimo, il sogno si è avverato.

La Kosmic, associazione studentesca keiota, organizza “conversation partners” per far conoscere giapponesi e stranieri che vogliono approfondire la lingua.
Tonari chiaramente si iscrive e poco tempo dopo gli viene presentata un certa Kazue, forse un paio d’anni più giovane di lui, carina e dall’aria navigata (non un troione, ma neanche una di quelle primo pelo o finto-ingenue).
La prima volta che si vedono, al vecchio Pizza-La della Keio, chiaramente il discorso cade sui soliti temi, hobby, provenienza. Il nostro eroe, italiano purosangue (stallone, dimenticavo), può ancora una volta far valere i suoi natali che tanto affascinano le giappine. Anche Kazue rimane colpita.

“Uh l’Italia, ma dai! Bella!”
“Eeeeh eheheheh”
“Sai io conosco solo una parola in italiano”
“Oh ma dai, quale?”

Ora vorrei fare un attimo una pausa (immaginate un fermo immagine e il narratore che si aggira tra i tavolini).
Una sola parola. Tonari pensa, quale sarà mai, le solite cagate: ciao, buono, buongiorno. E invece no.
Azione.

“Oh ma dai, quale?”
“Ah aspetta com’era… po…po… ‘Pompino’!”
“…”
“Che significa che significa?”
“……………………….”

Sì signori disse proprio pompino. POMPINO. No bambino. No bombino. POMPINO. Da non credere. Ed era l’unica parola italiana che conosceva. A stento soffocai le risate.
Un lungo attimo di silenzio.
Cosa potevo rispondere a quel punto, giuovane e fresco com’ero?

A) “… Aspetta che cerco sul dizionario.”

B) “… Aspetta che ti mostro.”

Fate la vostra scelta miei cari, la soluzione dopo la pubblicità!