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Archivio mensile:giugno 2010

Premessa: per quei pochi all’ascolto che ancora non sanno cosa sia il nanpa, tale parola indica l’abbordaggio, il beccare, solitamente ragazze da parte di ragazzi. Il contrario, quando cioè ci prova la donna, viene detto gyakunan, da gyaku “contrario” e nan di nanpa, nanpa al contrario. Mi dicono ne sia stato avvistato uno a Sannomiya anni fa, ma data l’intraprendenza delle giapponesi molti ritengono sia solo un evento leggendario come il diluvio universale e la costruzione della torre di Babele.

Premessa 2: il nanpa di cui parlo non riguarda me.

Cominciamo.

L’altra settimana sono andato al mare e già qui si potrebbe aprire una prima parentesi sui giapponesi e il loro rapporto con la spiaggia.
E’ incredibile come i giapponesi riescano a creare delle tacite regole anche quando non c’è bisogno di nessuna regola: in Giappone si va al mare da metà a luglio a fine agosto (31). E basta. Al di fuori di questi periodi le spiagge sono semideserte (e molti dei pochi sono stranieri). La stessa idea di andare suona alle loro orecchie quantomeno bizzarra (“Ancora è freddo” ti dicono, “Forse in Siberia” pensi tu). Va bene che c’è la stagione delle pioggie che rompe un po’ l’estate oltre che i maroni, ma vedi che il fine settimana ci son quasi 30 gradi e che fai, non vai? No evidentemente.
Sorvoliamo su altri argomenti quali le ragazze che vanno in spiaggia vestite perché si vergognano (pessime, questione già affrontata in passato) e quelle che tacco alto e trucco sembra stiano andando a battere (l’italiano effettivamente qui rischia un po’ l’infarto, ne riparleremo magari quando sarà stagione) se no divaghiamo troppo.

Insomma sono andato al mare ed eravamo in tre, due ragazzi e una ragazza, tutti italiani. I locali sulla spiaggia che tra un paio di mesi brulicheranno di vita non erano ancora nemmeno in piedi, c’erano giusto le ruspe (ogni anno vengono tirati su e poi smontati a settembre). Ci siamo piazzati coi nostri asciugamani in un punto vista mare a sud e vista cellulite germanica a est. Ragazzi, niente contro le tedesche, ne conoscevo una veramente bellina alla Keio, ma mi ero davvero dimenticato di quanta buccia d’arancia potesse esistere su un sedere femminile. Dovete infatti sapere che le giappe, anche magari quelle non proprio in forma, quanto a cellulite hanno raramente grossi problemi. Il perché è un mistero al vaglio di una apposita commissione, ma gli studi non progrediscono molto a causa della dovizia con cui vengono raccolti i dati. Diciamo che si è troppo impegnati a “toccare con mano il problema”.
Ma sto nuovamente divagando.

Le tre teutoniche di cui sopra sono state abbordate da tre giapponesi, non vi stupite, i giappi son timidi, ma al mare non è infrequente che succeda. Ho potuto dunque nuovamente ammirare la finezza con cui gli indigeni avvicinano le ragazze.
Il giapponese infatti:

– si avvicina
– scambia due chiacchiere con le tipe per vedere che aria tira

E fin qui niente di diverso, ma ora la strada si biforca. Un italiano con una certa dignità dopo un po’ si toglie. Il giapponese invece

– si piazza lì.

Quando dico “si piazza lì” intendo proprio che il tamarro di turno anche se non cagato di striscio dalle povere malcapitate si ferma, si siede, magari comincia a prenderti le cose, il giornale, il libro e via così. Io non so se ciò vuole essere un fare finta di non capire oppure un non capire veramente che si stanno scassando le balle.
E può andare avanti per delle mezzore. Nel nostro caso  il tentativo si è concluso con l’arriva di altre tre giappine, ben più belline, ma anche un po’ più rincoglionitine, conquistate dal fatto che sti tre avessero delle moto d’acqua, su cui sono state portate a spasso con gridolini estasiati e risatine eccitate. Il cambio di obbiettivo è stato comunque un voltafaccia memorabile, con le tetesche dimenticate da un secondo all’altro, per loro immagino sollievo.

Alla fine comunque neanche ste tre gliel’hanno data: dopo un paio di giri e i brokers di questa parte della spiaggia che davano a 1.55 la buona riuscita del nanpa, le tre giappe se ne sono andate via bellamente con tanti saluti, segno che forse proprio sceme non erano o magari che ai tre puzzava l’alito, il che spiegherebbe molte cose.

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A livello videoludico fondamentalmente sono preda di due incastri “ciclici”.  Ne sono vittima in quanto grande amante dei giochi poveri e retro, segno evidente di prematura senilità: mentre le persone normali attendono la nuova serie di Prince of Persia, io perdo il pomeriggio a giocare con il primo (e relativi mod); mentre i miei colleghi discutono di PES mondiale io rispolvero Sensible Soccer; mentre Dragon Quest e Monster Hunter dominano il mercato io aspetto l’uscita di Avadon. Insomma se ci sono più di due dimensioni comincio a sentirmi a disagio, a volte mi accontento anche di una sola.

E qui mi ricollego al discorso inizale sugli incastri ciclici: il primo sono i roguelike, giochi di ruolo concettualmente simili a Diablo, ma la cui grafica (per così dire) è realizzata interamente in caratteri ASCII. Alcuni titoli possono rivelare meccaniche e mondi estremamente profondi,peccato che la quasi totalità debba essere giocata in modalità hardcore (se muori una volta i progressi vengono cancellati e si ricomincia da capo). Certo, farsi il backup del file di salvataggio è semplice, ma implica tutte le volte dover uscire dal programma, uno smaronamento tale da scoraggiare molte nuove leve. Se fossero persone li definerei come dei vecchi scorbutici e un po’ stronzi, ma con una grande esperienza e molta saggezza. Ce ne sono alcuni un po’ più abbordabili, se vi capita fate un tentativo. Ne ho parlato anche qui.

Tipico esempio di roguelike. Il giocatore è "@" (in basso a sinistra).

Ma questo è l’altro incastro.

Quello del momento non sono i roguelike: ho infine ripreso in mano le avventure testuali, “interactive fiction” se vi sentite più esterofili. L’interactive fiction è l’antenata delle avventure grafiche (un genere già vecchio anch’esso quindi figuratevi) e trattasi di giochi composti di solo testo: l’utente legge le descrizioni e compie azioni scrivendo direttamente cosa fare (“prendi il coltello”, “taglia il pane”, “mangia il pane”, “caga”). Andavamo molto di moda decenni fa, quando la grafica sui computer era un optional.
Non esistendo un menu con i vari verbi selezionabili come in Monkey Island o Simon the Sorcerer potete già intuire come il primo problema per il novizio sia l’interfaccia, ovvero far fare al personaggio quello che effettivamente vogliamo (= trovare la parola giusta). Se ci aggiungiamo che la maggioranza delle avventure (le migliori in particolare) sono in inglese capite come pure qua ci troviamo di fronte a dei giochi potenzialmente molto frustranti (per alcuni inaccessibili). L’esperienza aiuta molto, tuttavia inizialmente è necessaria una certa costanza.
Gli esponenti più famosi sono Zork e seguiti e Avventura nel castello.

"You are standing in an open field west of a white house, with a boarded front door." Una citazione che i più nostalgici apprezzeranno.

Fortunatamente però rispetto ai roguelike esiste un gran numero di avventure abbordabili anche da chi non ha voglia di rompersi eccessivamente la testa con enigmi impossibili. Sono titoli figli di una filosofia compositiva più orientata alla trama che ai puzzle e sono generalmente quelli che preferisco.
Il migliore che ho provato è Worlds Apart di Suzanne Britton, avventura fantasy (non convenzionale) alla ricerca della propria identità dal sapore quasi “mystiano”, ma ne escono di continuo grazie all’opera di una nutrita comunità di appassionati.

E niente così dalla settimana scorsa, nei (pochi) ritagli di tempo mi dedico all’interactive fiction.
Per giocare serve un interprete (= programmino con cui caricare il file, ad esempio Glulx o Spatterlight), ma di recente è stato sviluppato un tool online, Parchment, grazie al quale basta un web browser per usufruire di una ricca collezione di titoli.
Nel frattempo ho terminato il breve DreadWine, molto carino, semplice e dall’atmosfera fortemente onirica e iniziato Winter Wonderland (idealmente da giocare la vigilia di Natale, ma tant’è).

Solitamente l’incastro per questo tipo di giochi dura circa due-tre settimane, passando per un periodo in cui non faccio altro fino ad arrivare al rigetto totale. Vediamo stavolta quanto va avanti.

Circa un mese fa è uscito The Frozen tears of Angels, la nuova fatica dei Rhapsody, tornati a calcare le scene dopo 8 anni di silenz… come? Dopo Power of the Dragonflame avevano fatto uscire altri dischi? Metal? Ma va, non me n’ero accorto, sarà che all’ascolto dell’EP Dark Secret mi sono addormentatzzzzzzzzzz. Un sonno lungo anni.
Seriamente parlando, i Rhapsody finalmente tornano a suonare metal. Certo, lo fanno a modo loro, ergo chi non li ha mai amati non li amerà nemmeno con questo disco, tuttavia i fan che come me non avevano gradito la sterzata nettamente pomposo-sinfonica (yawn) del 2004, e credo siano tanti, piangeranno di gioia al ritorno ai fasti del passato. E si fotta l’autoplagio.

The Frozen tears of Angels non fara’ la storia; fosse uscito dopo PotD sarebbe stato un buon cd nello standard dei Rhapsody. E allora che ha di speciale? Beh è un ottimo album, è molto piacevole e soprattutto mi restituisce un gruppo che ormai avevo dato per disperso insieme ai Sonata Arctica e agli Elvenking (anche questi entrambi ripresisi un po’ con l’ultimo cd, rispettivamente “The Days of Grays” e “Two Tragedy Poets (…and a Caravan of Weird Figures)”, dopo Unia e The Scythe che proprio non mi erano andati giù).
Lo sbando della Triade Power suddetta aveva poi contribuito al mio avvicinamento all’industrial-ebm, ma questa e’ un’altra storia.
Che sia pero’ tornata l’ora di lustrare la spada e tirare fuori il destriero dalla stalla? Speriamo, non mi dispiacerebbe staccare lo scudo appeso sopra il camino.

Nel frattempo eccovi Raging Starfire, a cui va una menzione d’onore per essere stata la prima canzone dei Rhapsody a esaltarmi dal 2002.

EDIT: il pezzo è stato tolto per motivi di copyright. Scaricatelo o in alternativa date un’ascolto a Sea of Fate che anche non è male. Quando tornerà disponibile lo rimetterò.

EDIT2: pezzo rimesso da qualche anima pia.