Time: all things come to an end

A volte frequento forum di appassionati del Giappone, ove dispenso perle di assoluta saggezza dall’alto della mia colta ignoranza al riguardo.
E spesso viene fuori il discorso lingue orientali sì lingue orientali no: un amante del Giappone che volesse provare a vivere in quel Paese farebbe meglio a fare del giapponese la sua specializzazione oppure dedicarcisi da autodidatta e affiancare la conoscenza della lingua ad altro?

E il mio pensiero è sempre quello, che studiare lingue orientali all’università non serve a niente, che è una laurea che non apre nulla, che è uno studio che non ti dà gli strumenti necessari per affrontare alcunché, in un campo nemmeno ben definito, che una laurea in lingue (forse cinese escluso) è di poco più utile di una in materie letterarie, che che che.

Tuttavia in quei casi taccio.

Taccio perché però quei 5 anni a Venezia sono stati i più belli della mia vita; il periodo in cui facevo esattamente ciò che volevo e in cui riuscivo; in cui le difficoltà erano ostacoli da schiacciare sotto i cingoli chiodati del mio entusiasmo. Erano anni animati da un sogno, anni forse figli di un’illusione, l’illusione che tutto si sarebbe sistemato da sé, che ormai la strada giusta era stata imbroccata, che da quel momento tutto sarebbe stato in discesa, il lavoro perfetto (senza sapere bene quale o come trovarlo), la immaginaria spola tra Italia e Giappone, tutto verissimo, ma non di meno si è trattato della mia belle époque, la prova personale che a volte la strada è più importante della meta.

E allora mi chiedo se in effetti sarebbe stato meglio fare Economia e Commercio o Ingegneria vicino casa o se il problema stia dentro quella scatola cranica che mi porto appresso e se comunque tanto il terreno è ciottoloso-permeabile un po’ dappertutto in questo cazzo di mondo e tanto meglio averla vissuta una vita del genere, che molti nemmeno ce l’hanno un periodo da idealizzare e dico vaffanculo pure a Economia e Commercio e Ingegneria che se tornassi indietro nel tempo, a fare giapponese a Ca’ Foscari ci tornerei eccome, magari più accorto, con un progetto meglio definito in testa, ma ci tornerei e rifarei tutto da capo.

E a volte, quando penso tutto ciò, nella mia mente risuona questa canzone:

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7 commenti
  1. Fabrizio ha detto:

    Bella Tonari! Sembra una di quelle frasi da discorso di commiato alla fine degli studi, quelle con il microfono in mano e fiumi di lacrime che imperversano sulle guance! Condivido anche io quello che hai detto… anche se ora il Giappone lo vedo con il telescopio!

  2. albino ha detto:

    Dipende tutto da quello che uno vuole fare, cosa vuole fare, ecc. E’ bello cmq sapere che sei contento delle tue scelte. :)

  3. Dant ha detto:

    anche in cinese, anche in cinese.

  4. Tonari ha detto:

    Uhm, speravo che almeno i laureati in cinese fossero in condizioni migliori, mi son sembrati sempre un po’ più dinamici, ma forse era solo l’erba del vicino.

  5. caro TONARI, dopo la laurea in lingue orientali (solo giapponese e russo) ho intrapreso il cinese ma è sbagliato il PAESE non certo la tipologia dela LAUREA… NON E’ UN PAESE per umanisti!

  6. Tonari ha detto:

    Chissà se esiste un Paese per umanisti.

  7. Akanishi au Québec ha detto:

    Non esiste. Gli umanisti sono un sottoprodotto della tecnologia.

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