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Archivio mensile:marzo 2009

Se c’è una cosa che adoro di WordPress son tutte le statistichine e i graficini vari sulle visite, sui link cliccati eccetera. Mi ci perdo un casino, è veramente uno spasso.
Così, osservando i dati riferiti alle parole chiave con cui, dopo una ricerca su Google & co., gli utenti arrivano al mio sito, ho scoperto che, nel momento in cui vi scrivo, 19 persone sono giunte sul blog cercando “tonari no diablo wordpress”, “tonari shinbun” e derivati, mentre invece ammontano a 28 coloro che sul motore di ricerca avevano inserito “Rina Akiyama”, “ragazze giapponesi”, “bella giapponese”, “oshiri”, “sedere”, “japan girl” e correlati.

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Ecco visto l’interesse sull’argomento vorrei allora portare la vostra attenzione su Ogura Yuko (小倉 優子). Sì, Ogura Yuko. Ogura Yuko, lo scrivo un’altra volta, casomai Yahoo non se ne fosse ancora accorto.

Ogura Yuko è una idol e blablabla vabbé che vi devo pure spiegare? Guardatevi la foto no?
In ogni caso è anche soprannominata Yukorin, perché affermerebbe di essere la principessa Ringomomoka giunta sulla terra dalla stella Korin. In realtà si tratta solo di un banale errore lessicale, dato che è evidente a tutti coloro che l’abbiano vista in TV che la sua vera provenienza è la stella Rinko (o Rinco). =D

No vabbé dai povera è tanto carina, stonata (sì la fan pure cantare), ma carina e forse anche la cara Oshirina (per Google: Rina Akiyama, oshiri, sedere, panna montata, nutella) non regge il confronto, ma non andateglielo a dire per carità che poi mi telefona e si incazza e non c’ho proprio voglia di parlarci che adesso sono impegnato col lavoro e va a finire che mi scassa perché non esco più con lei.

Ah, è già mattina, che bel sogno che ho fatto.

Forse non tutti sanno che tra le mie varie mansioni sul posto di lavoro c’è anche l’insegnamento dell’inglese ai miei colleghi, in un corso di circa un’ora che tengo ogni giovedì. E’ uno dei momenti che più detesto della settimana: non ho particolare avversione per l’inglese, anzi ne apprezzo le potenzialità comunicative, ma non lo amo al punto da volerlo insegnare. Inoltre non è la mia madrelingua, indi per cui l’insegnamento comporta per me uno sforzo doppio, tantopiù che, salvo due o tre eccezioni, ai miei colleghi non frega un cazzo dell’inglese e la cosa si vede, si sente e mi butta giù perché mi sembra tutta fatica sprecata.

Dati gli impegni lavorativi di tutti avevo strutturato le lezioni in maniera molto blanda, direi universitaria: compiti facoltativi, niente appello, niente voti. Del resto se volevano imparare l’inglese bene, se no potevano andarsene. Il risultato è stato che la gente, poco motivata di suo, ha continuato a non studiare per mesi, tanto che se sento uno di loro spiccicare due parole sulla sua giornata tipo senza cannare i tempi verbali quasi mi commuovo.

Consapevole di questa deriva e sempre più smaronato a insegnare qualcosa che non interessa a nessuno, ho cercato con discrezione di portare il problema all’attenzione del mio caposezione e del presidente: sono queste due le persone più restie a interrompere il corso, non perché ne abbiano passione (non vengono quasi mai), ma semplicemente perché “gli dispiace”. Nel meeting di questo mese credevo di aver compiuto un importante passo avanti, ponendo l’accento in particolare sul fatto che, se all’inizio riuscivo ad organizzarmi comodamente perché non avevo molti impegni, adesso che mi stanno facendo sclerare con .Net il mio tempo si è drasticamente ridotto e rubare ore a Visual Basic implica un minore guadagno dell’azienda (non posso programmare se devo preparare le lezioni). Il presidente era rimasto abbastanza convinto ed ero già pronto a stappare una bottiglia alla mia ritrovata libertà.

Pia illusione. Oggi sono andato dal caposezione per sapere se si era giunti a qualche conclusione sul corso, se si debba continuare o meno e in che modalità. Il corso continuerà: secondo lui dovrei cercare di aumentare la motivazione di tutti, porre degli obbiettivi, creare in ufficio un ambiente dove la gente sia stimolata a parlare in inglese. Io invece credo che farei prima a cavare sangue da una rapa. E mi ha quasi ripreso, perché eh sì dovrei essere più insistente quando do i compiti, insomma un insegnante se gli alunni non consegnano gli esercizi fatti a casa si arrabbia no? Ahahah ma certo! Morale della favola: si va avanti almeno fino a giugno.

Bene: comunico a tutti che mi sono ufficialmente STANCATO e quando mi stanco sono CAZZI ACIDI per tutti.

Vogliono un corso fatto come dio comanda? Lo avranno. D’ora in poi 15 minuti di lezione ogni settimana saranno dedicati a un test; non mi affiderò più alle mail per distribuire i compiti, ma li consegnerò a mano a tutti, uno per uno, con tanto di avviso il martedì perché non si scordino; ogni 4 lezioni eseguirò una prova di verifica e a giugno ci sarà un esame finale con tanto di voti pubblicati sulla bacheca dell’azienda, sul sito, sulla mailing list e possibilmente anche su radio e televisione. A reti unificate.
Perché in questa situazione il pubblico ludibrio è l’unica cosa che può spingerli a impegnarsi. Poco male se mi toccherà restare a lavorare fino alle 9, dovranno SPUTARE SANGUE.

Instaurerò un clima di terrore degno di Robespierre e poi vedremo: se andrà bene potrò vantarmi di essere riuscito a insegnare l’inglese a dei giapponesi, se andrà male almeno finirà questo cazzo di supplizio del giovedì sera.

Vi presento il mio personale BEST OF delle domande che giapponesi e italiani fanno solitamente all’interlocutore italiano, ma nippofilo. Sono sicuro che sia capitato di sentirle a molti altri qui in mezzo. Avete tutta la mia comprensione.

Al numero 3

Giapponesi: ma in Italia le stagioni sono come da noi?
Italiani: ma in Giappone le stagioni sono come da noi?

Rinvenuta anche nella variante nipponica “Ma in Italia è sempre estate?” (eh sì che è, il Sahara?), questo è un dubbio che attanaglia molti, anche persone insospettabili, vale a dire quelle che riterresti abbiano una discreta cultura generale. Su signori non ci vuole una laurea in Giapponese per aprire un atlante e scoprire che ci troviamo sempre nell’emisfero boreale.

Al numero 2

Giapponesi: ma è vero che gli Italiani quando vedono una bella ragazza per strada non possono fare a meno di andarci a provare?

Ahahah, certi giapponesi ci credono veramente dei pervertiti mossi solo dalla voglia di sesso eh (forse non hanno tutti i torti)!
Comunque rimango dell’idea che gli italiani abbiano un rapporto più rilassato con la questione donne, più goliardico oserei dire, goliardia interpretata però come “perversione” dagli abitanti del sol levante, poco avvezzi a tale atteggiamento.

Italiani: ma tu (Tonari) vivi in uno di quei loculi tipo alveari…?

Eh sì e che cazzo siamo su Matrix? Vabbè che le case giapponesi sono piccole, ma non penserete mica che passi la mia vita nelle capsule! Per chi non lo sapesse, quelli sono semplicemente degli hotel, la soluzione ideale se perdete l’ultimo treno per tornare a casa e non volete spendere uno sproposito di taxi o girarvi i pollici stravaccati chissà dove. Che ci sia qualche esploso che ci vive non lo escludo, ma del resto in Giappone la gente bizzarra non manca.

E AL NUMERO UNO

Giapponesi: ma in Italia si parla Inglese?

Una domanda più frequente di quanto non si pensi purtroppo. Sono molti i giapponesi in grado di abbinare l’Occidente unicamente con l’inglese (americano chiaramente). Fin troppo spesso mi capita per strada di essere salutato dai bambini con un “Hello” (i più spiritosi anche con uno “Yes, we can”), ma si tratta perlopiù di teneri frugoletti e sono disposto a perdonarli.
La magra consolazione è che sono molti anche gli italiani che non hanno le idee molto chiare sulla differenza tra Cina e Giappone.

Italiani: come si dice Marco (o qualunque altro nome italiano) in Giapponese?

Questa è sempre la più bella… E perchè come si dice Hiroshi (o qualunque altro nome giapponese) in Italiano sentiamo? Si tratta della tipica domanda da otaku rincoglionito (quello che ero io a 15 anni per intenderci) o da quello che  si vuole tatuare sul braccio il nome proprio/della ragazza/della madre/della zia/del cane. La variante “Come si scrive il mio nome in Giapponese?” è già scusabile (non pretendo che tutti sappiano di hiragana, katakana e kanji) per quanto sortisca quasi sempre delusione sul volto del richiedente, che probabilmente si aspetta ideogrammi arzigogolati e affascinanti – magari pure con un significato in cui identificarsi – e si ritrova davanti lo squadrato katakana.

Mi era parso troppo bello quando esattamente un mese fa avevo fatto il pieno di cioccolata per S. Valentino dalle colleghe, garantendomi così per circa una settimana colazioni a base di dolcetti.

Mi era parso troppo bello fino a quando ieri quasi tutti i miei colleghi hanno ricambiato per il white day (che sarebbe oggi, ma tra maratone e altro in azienda non andava nessuno) facendomi venire il dubbio che sì dopo tutto anche agli uomini tocca regalare il giri-chocoreeto, vale a dire il cioccolato che si dona non per amore, ma per “amicizia” (in realtà giri significa “dovere”, ma preferisco vederlo come un gesto comunque di affetto).

Tra l’altro in questi ultime settimane non ho tempo nemmeno per andare a ca*are quindi figurarsi… Così oggi mi è toccato rivolgermi al conbini e sborsare una discreta somma, cedendo a questo maledetto ricatto sociale.
Consegnerò il tutto lunedì immagino, scusandomi per il ritardo.

Per il resto niente, tanto lavoro e rinnovata stima per l’Universo e per chi l’ha programmato, visto che dal canto mio non riesco nemmeno a mettere in piedi un fottuto software di gestione clienti. Che linguaggio avrà usato, il Visual God 6? Ma i controlli dinamici li crea bene il Visual God 6?

Mah… da quando torno a casa felice perché durante la giornata sono riuscito finalmente a fare un decoroso bind delle textbox sul form al database ho cominciato a pensare che forse una donna è l’unica cosa che potrebbe salvarmi. O distruggermi.

Alla facciazza loro (sempre che ci sia qualcuno, spero di no) il Mainichi Tonari Shinbun 3 continuerà la sua gloriosa attività per almeno altri 12 mesi: stamattina mi hanno infatti comunicato il nullaosta delle autorità al rinnovo del mio visto.
Una piccola parte di me in realtà sperava di poter ottenere il permesso di 3 anni, ma con la vigente legge giapponese se vengono a mancare le condizioni per le quali il visto è stato rilasciato, esso decade. Quindi uno, tre o mille se decidessi di cambiare lavoro dovrei comunque rifare tutto da capo, a meno che non mi sposi o non lavori qui per qualcosa come 10 anni, casi nei quali potrei ottenere il permesso permanente (ma non chiedetemi i dettagli, non li so).

Per il resto questo fine settimana, nell’ordine:

– sono andato a lavorare a una maratona nella prefettura di Ishikawa (mar del Giappone, verso Niigata) con il putente THUNDERBIRD, che non è il client posta di Mozilla, ma l’espresso su cui sono salito e che ha realizzato 1 (UNA) ora di ritardo per incidente sulla linea ed è stato poi SOPPRESSO costringendo me e i miei colleghi a salire su un locale e cercare di giungere in qualche modo Nanao, la città dove si svolgeva l’evento. Totale ritardo: 2 ore. Apprezzo che sui treni giapponesi quando ci si ferma per qualcosa si venga sempre informati su COSA è successo. Apprezzo decisamente meno la soppressione, ma almeno siamo stati parzialmente rimborsati.

– ho dato un craniata spettacolare sullo sportello posteriore di un Hiace con conseguente bernoccolo, tutto dovuto al fatto che in quel momento stavo incautamente guardando il cellulare… le donne ormai mi hanno fatto venire il mal di testa, letteralmente. Comunque occhiali salvi e nessuna reale conseguenza.

– ho diretto il traffico nei pressi del traguardo della suddetta maratona, dove passavano le auto e c’erano i nostri tappeti-antenna stesi.

– sono stato scambiato per un meticcio da una delle ragazze dello staff e ormai non è nemmeno la prima volta. Ma non mi dispiace.

– sono tornato a mezzanotte passata, ormai lunedì, e alle 7 mi sono nuovamente alzato per andare a lavorare.

Tutto sommato un fine settimana divertente.