A Takasago
E così niente, come ho detto tra pochi giorni lascerò il Giappone (ieri cena di addio – che brutta parola – con i colleghi) e preso un po’ dalla malinconia ho composto questa poesia in onore della città che mi ha ospitato in questi anni.
Ne mai più toccherò la sacra mansion
ove l’italico salaryman giacque,
Takasago mia, che te specchi nell’onde
del Mare Interno ove nazione nacque
Nipponia, e fea quelle isole feconde
di giappina, ch’a noi sempre piacque
lo tsuyu e le marroni sponde
le meduse nelle di Suma acque
cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui morto di patata e di sventura
baciò infine la sua pelosa Itaca Tonari.
Tu non altro che il blog avrai del figlio,
o adottiva mia terra; a noi prescrisse
il fato di ascoltare i Sepultura.
Ai posteri l’onere e l’onore di interpretare questi versi.
Oddio, quand’e’ che fai il commento su MISS MAINICHI? Che ‘sta poesia pare proprio frutto di libagioni dove il sushi era contorno al sake’…….
A.
cioè? spiegati meglio? è un addio?
A chi? A Takasago? Spero di sì :D
Piu’ leggo “pelosa Itaca” e piu’ resto affascinato da questa poesia. E’ da due giorni che torno su questo blog per rileggere. Non il blog, non il post, ma solo l’espressione: “pelosa Itaca”.
Sublime.
Sapevo che qualcuno avrebbe colto le sottili sfumature di quel verso, non mi stupisce che tu sia stato tra quelli.